Daniele Bellavia gestisce un blog di recensioni (http://recensioni-libere.blogspot.com/) oltre ad aver fatto uno scambio di link d'ora in avanti, ogni mese, lui scriverà una recensione cinematografica per noi che in cambio saremo ospitati sul suo blog (com'è già accaduto la scorsa settimana: http://recensioni-libere.blogspot.com/2008/10/requiem-per-vento-forte-tra-i-capelli.html). Le recensioni di Daniele sono molto più lunghe degli standard abituali di Paper Street (crediamo infatti che su Web la lettura sia veloce e che si debba concentrare il proprio pensiero in una formula più sintetica, esauriente e originale possibile) ma fidatevi vale la pena arrivare fino all'ultima riga in quanto l'autore offre uno stile molto creativo, personale e divertente.

Babylon A.D.Fantascienza mon amour.
Il mio amore e la mia disperazione.

A volte mi chiedo perché tra tutti i generi cinema-lettera-fumettari (ci aggiungerei musicali ma ancora la devo trovare della musica fantascientifica (anche se son sicuro che qualche critico musicale dopo i termini new rock, new grunge e new vattelapesca (al cui interno ovviamente rientrano tutte le band cool del momento (così come all’interno di questa decimillesima parentesi ci sta qualcosa che non serve a un emerito cazzo se non a farvi perdere il filo del discorso che io ho perso fin dalla prima riga (c’era una volta un Re seduto su un comò che disse alla sua serva: raccontami una storia, la serva raccontò e la storia cominciò: c’era una volta un Re seduto su un bidè))) riuscirà anche a clonare il termine rock fantascientifico (o qualcosa di un po’ più ganzo (ma chi lo usa più il termine ganzo?) tipo sci-fi rock!)) mi sono innamorato proprio della fantascienza. (Mi sembra di averle chiuse tutte. Ops.)

Proprio della fantascienza negli anni 2000.
O alla fine degli anni 90.
Fate voi.
Comunque in quel periodo che le più grandi opere fantascientifiche del secolo scorso si immaginavano piene di macchine volanti e ominidi vestiti di improbabili indumenti color alluminio (come vivere una vita dentro quelle tute plasticose da “ginnastica” che andavano tanto di moda nelle televendite di qualche anno fa color alluminio che quando esci di li sei più secco di un pomodoro secco).
Periodo di riferimento per gran parte delle più grandi opere fantascientifiche che si è rivelato infine un’estrema delusione: le macchine volanti si vedono ancora nei Robinson (gli skate in ritorno al futuro), gli ominidi vestiti di alluminio li ammiriamo nelle televendite, sulla Luna ci siam andati forse una volta per non parlare degli altri pianeti di cui conosciamo a malapena la composizione atmosferica, le catastrofi nucleari qualcuno ha provato a innescarle ma si son risolte in un tristissimo nulla di fatto (insomma è saltata qualche città ma dov’è il mondo postnucleare di Ken Shiro?), il Grande Fratello è una trasmissione condotta dalla Marcuzzi (ma prima di lei da Barbara “non mi sopporto più nemmeno io” D’Urso), gli uomini in provetta nascono, si, ma non son ne può più nemmeno che gli altri e infine di morbi che distruggono l’umanità neanche l’ombra (anche una delle ultime speranze riposta nella Sars si è risolta con qualche centinaio di morti accertate e qualche migliaio di infetti da un raffreddore da polli).
Pensate che delusione siamo stati.

Tutta quella gente che ci immaginava a portare il morbo umano a destra e a manca nello spazio, nell’anno 2000, se fosse viva oggi ci vedrebbe qui rincitrulliti davanti a schermi di computer che alla fin fine non son neanche tanto diversi dalle loro tv e dalle loro macchine da scrivere.
Ci sono ancora i libri di carta, la musica è ancora la stessa (anzi se possibile in ambito rock tendiamo a tornare indietro), la tv è sempre squadrata (è peggiorata solo la qualità ma di reality alla S. King dove lo scopo dei concorrenti era sopravvivere (nel senso di non farsi uccidere) per una settimana ancora non c’è ombra), i tavoli son sempre tavoli, le famiglie son sempre famiglie (si magari ogni tanto ci son due mamme o due papà ma non credo fosse il più grande sogno degli scrittori di fantascienza del tempo che fu) e ancora ci muoviamo e produciamo tutto con il petrolio.

Altro che auto con lo scarico che espelle fiorellini o macchine del tempo da caricare con i rifiuti del bidone.
La realtà è che il bidone siamo noi.
E io in questi anni di gran delusione di cosa vado ad innamorarmi?
Di fantascienza.
Che volevate fosse migliore rispetto alla realtà?
Figurarsi.
Cosa può immaginarsi un uomo che per i suoi avi dovrebbe ormai viaggiare su auto volanti ecologiche e rimane invece imbottigliato ogni giorno sulla tangenziale di Milano a friggere l’uovo sul cruscotto in attesa che si sblocchi qualcosa?
Assolutamente nulla.
Le idee sono poche e se per caso per una volta ci sono vengono sviluppate male.
Da scrittori che non sanno scrivere o registi che non sanno dirigere.
O semplicemente l’idea non c’è.
Si prende qualcosa di stra-abusato e lo si sviluppa per l’ennesima volta nello stesso modo ma cambiando l’ordine degli addendi: per paradosso con le zero idee si confrontano buoni scrittori o registi (è il caso del recente Doomsday).
Poi ci son quelli che non hanno idee e non sanno nemmeno rigirare per bene l’ordine degli addendi e rappresentano purtroppo la maggioranza dei casi: consiglio un bel manuale di cucito.
Infine c’è Babylon A.D.
Ennesimo film di fantascienza tratto da un libro (le sceneggiature originali di genere al cinema nell’ultimo periodo le potete contare sulla punta delle dita di un Simpson) ambientato in un futuro non troppo lontano e non troppo diverso dal nostro presente se non per alcune zone classicamente radioattive e una setta religiosa nascente che si fa pubblicità sui muri dei palazzi con i classici ologrammi da “guardate nel futuro la pubblicità è ovunque!” o per usare un’espressione del nostro tempo “è tutto intorno a voi!”
Ennesimo film di fantascienza con un budget non indifferente preceduto da un battage pubblicitario abbastanza pesante con la solita ripubblicazione del libro da cui è stato tratto con in primo piano sulla copertina il protagonista della pellicola.
Ennesimo film di fantascienza da chi dovrebbe dedicarsi al cucito?
No!

Babylon A.D. incredibilmente nonostante tutti i dubbi che può far nascere una certa presenza attoriale all’interno di un certo genere è un buon film e non appartiene nemmeno a quella categoria che sa far magie con l’ordine degli addendi.
Ora sorge il problema: come parlare di una pellicola che fa dell’ idea di base la sua forza e allo stesso tempo il suo segreto fondamentale? (Per intenderci, potrei dirvi seduta stante di cosa si tratta e il film perderebbe il 90 del suo fascino)
Semplice: ci si gira intorno facendo finta di nulla.
Potrei spoilereggiare allegramente svelando a tutti segreti inaspettati e finale (assolutamente non così inaspettato, anzi quasi irritante nella sua banalità dopo così tanta fatica immaginativa) ma poi ci sarebbe il solito tipo di un sito che non mi va di citare che direbbe che non se ne può più di tutti questi spoiler che fanno passar la voglia alla gente di andar al cinema (non i biglietti a 7 euro e 20…ma va…sono gli spoiler su internet…)
Niente spoiler quindi.
E niente riflessioni su una pellicola che di spunti ne da parecchi e assolutamente non così scontati.
Riflessioni e Vin Diesel.
Due parole che non si vorrebbero mai incontrare una a fianco all’altra e che invece in Babylon A.D. purtroppo si ritrovano a cozzare mostruosamente riuscendo a danneggiare un ottimo film di fantascienza.
Perché si, Babylon A.D. da spunti di riflessione, si, è ben girato, si, ci sono i classici elementi del film quasi-apocalittico ambientato nel futuro senza troppi sboroneggiamenti e si, l’idea è originale.
Ma Vin Diesel.
Che cazzo centra?
Kassovitz, regista del buon “I Fiumi di porpora” ma soprattutto di quell’immane schifo-thriller sovrannaturale che faceva di “Behind Blue Eyes” rifatta dai Limp Bizkit versione “Nu grunge perché il nu metal è morto e noi ora cosa cazzo facciamo prima di sparire nel nulla?” “con il fresco premio oscar Halle Berry” (che solo per la partecipazione a questa cosa che non si può definire film e a “Catwoman” dovrebbero toglierle ogni premio vinto in carriera) che fu Gothika nel 2003, prende un’ ottima idea da un libro di un semisconosciuto francese, la sviluppa visivamente nel migliore dei modi o decide di rovinare tutto con Vin Diesel.
Vin Diesel.
Che va bene: Pitch Black fatto con 3 lire è anche figo e The Chronicles of Riddick nonostante lo sfacelo al botteghino a me non era affatto dispiaciuto, ma qui no.
Qui non centra un cazzo.
È come dire: ora faccio un film il cui intento è far riflettere sul mondo dei giovani intellettuali di oggi e chiamare Stallone.
Certo.
E Schwarzenegger diventa presidente, ah ah ah…
Ommioddio…
Perché chiamare Vin Diesel in un film del genere può portare solo a due cose che puntualmente avvengono: un numero mostruoso e quasi inutile di scene d’azione girate con una telecamera messa in bocca ad un dobermann impazzito che tolgono spazio e tempo ad un finale che poteva e doveva essere sviluppato con più calma e ragione e la venuta al cinema del pubblico di Vin Diesel.
Che va bene.

Non siamo razzisti e siamo tutti uguali e tutti sono intelligenti e blablabla ma il pubblico che attira Vin Diesel (almeno nell’80% della sua composizione) non è esattamente il nonplusultra dei cervelli raffinati.
Cervelli in fuga forse.
Ma dal loro cranio.
E quelle riflessioni che Kassovitz vorrebbe far nascere nel pubblico si perdono tra gente che si sbellica dalle risate alla prima immagine con un minimo di doppio senso e sussurri di eccitazione all’ennesima scena d’azione con Vin Diesel che mette in mostra il suo collo da toro.
Magari sbaglio io che mentre esco dalla sala ragiono (non da solo per fortuna) su quella nuova religione e il suo messia (e non dico altro!)
Magari Kassovitz voleva davvero far interrogare il suo pubblico su come fa quel toro muscoloso a salvarsi sempre e comunque.
Magari un’altra volta non chiamiamo Vin Diesel.


Daniele Bellavia