10° River to River Florence Indian Film Festival

La Retrospettiva di Satyajit RayEccomi alla parte a mio avviso più bella di questa decima edizione del River to River Florence Indian Film Festival: la retrospettiva di Satyajit Ray, il grande maestro del cinema bengalese, conosciuto anche in Europa per la trilogia di Apu, che è il suo capolavoro indiscusso. Spesso mostrata nei cineforum e citata dai cinefili di tutto il mondo, non è tuttavia l’unico “accomplishment” di Satyajit Ray, che ha una lunga filmografia, ricca di opere degne di nota.

Il primo film proiettato, Charulata (The Lonely Wife) (1964) è tratto da un racconto di Rabindranath Tagore, il poeta bengalese vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1913. Ambientato nella Calcutta intorno al 1870, il film racconta la storia di Charu, una giovane moglie annoiata. Il momento più eccitante della sua giornata è quando osserva con un binocolo, attraverso le persiane, il marito che ritorna dal lavoro. Bhupati, infatti, dirige un giornale e ha poco tempo da dedicare alla giovane moglie. Decide quindi di affidare un compito al giovane cugino Amal: incoraggiare Charu nella scrittura. Purtroppo, però, Charu s’innamora del cugino appassionato di letteratura come lei, ed è costretta a nascondere e reprimere i suoi sentimenti, per il bene del marito.

Il secondo film di Satyajit Ray visto al River to River è stato Jalsaghar (The Music Room) (1958), considerato uno dei suoi migliori. Il protagonista è uno “zamindar”, un proprietario terriero bengalese, che oltre al titolo ormai ha poco altro. Tuttavia, deve mantenere il suo stile di vita e spende gioielli e argenteria per pagare i musicisti che suonano nella sua bellissima stanza della musica. Più che per la trama, di per sé molto semplice, il film si fa notare per come mostra il modo in cui veniva suonata e ascoltata la musica tradizionale hindostana (Ravi Shankar, ad esempio, era uno dei collaboratori più assidui di Satyajit Ray). Inoltre, c’è proprio nel finale una performance di danza tradizionale che credo sia importante anche a livello documentaristico.

Dopo la proiezione del film c’è stata una discussione proprio legata alla musica tradizionale hindostana e un breve concerto di sarod (una specie di liuto) e tabla (le percussioni indiane). L’ultimo film da me visionata è stato Aranyer Din Ratri (Days and Nights in the Forest) (1969), la storia di quattro giovani che si recano in gita in una zona tribale del Bihar e incontrano alcune belle ragazze, una “indigena” e altre due appartenenti alla borghesia come loro. Forse il più moderno e il meno ancorato alla cultura indiana tra i film che ho visto, è un film molto divertente, ma che fa anche riflettere sulle grandi differenze tra le classi sociali e tra l’India delle città e quella rurale.

Il cinema di Satyajit Ray è legato al concetto di “auteur” come lo hanno definito i teorici e i registi della Nouvelle Vague francese: egli considerava la sceneggiatura come una parte integrante del lavoro di regia, così come lo studio della luce e l’attenzione per i dettagli. Si tratta di un cinema fortemente realistico, eppure simbolico: il lampadario che ondeggia, il turbante buttato per terra in Jalsaghar o il binocolo di Charulata rimandano tutti a cose ben precise (il pericolo, la nobiltà e il guardare da lontano senza toccare delle donne indiane con ambizioni letterarie, in questo caso).


Stefania Basset