Raajneeti - Prakash Jha
Il potere, si sa, è in mano a pochi. In questo caso ad una famiglia, perennemente vittima di una faida interna. Raajneeti, che tradotto letteralmente significa grossomodo “politica” o, meglio, “affari di stato”, è un filmone lungo quasi tre ore che ricalca pesantemente la storia narrata nel Mahabharata, il più celebre dei poemi epici indiani, lungo come dieci volte l’Odissea e l’Iliade messe assieme.
La narrazione comincia con un flashback di Bharti Ray, la figlia del primo ministro, riguardante la nascita di un figlio illegittimo affidato alle acque di un fiume, come accadde a Mosé. Il padre è l’acerrimo rivale del padre, che però dopo aver messo incinta Bharti se ne va verso mete ignote. In seguito Bharti sposa il fratello minore del leader di un importante partito. Il fratello maggiore, rimane paralizzato in seguito ad un colpo apoplettico e affida il potere al fratello Chandra e al figlio di questi, Prithvi, negandolo al proprio figlio Veerendra. Egli così si allea con Sooraj, il leader dei fuori casta, e decide di assassinare lo zio. Di conseguenza, il figlio che fino ad allora era rimasto fuori dalla politica ed era in partenza per l’America dove lo aspettava una fidanzata, prende in mano le redini del gioco. Prithvi, nel frattempo, viene accusato di aver violentato una collega di partito e salvato dal fratello, ora entrato in politica. Prithvi, espulso dal partito ne fonda quindi un altro, assicurandosi il consiglio di Gopal, il Krishna della storia.
La storia prosegue con un matrimonio che funge lo scopo di alleanza politico-finanziaria per i due fratelli, attentati dinamitardi, sparatorie, elezioni truccate, donne che assumono la leadership del partito dopo la morte del marito e chi più ne ha più ne metta. La trama complicatissima rende difficile seguire il film a chi non conosce già la storia dei cinque Pandava (che qui mi pare siano ridotti a due, Prithvi-Yudhisthira e Samar-Arjuna) e dei cugini rivali, qui impersonati soprattutto da Veerendra. Per di più, la trama è intrecciata con la storia recente dell’India, in particolare con quella della famiglia Gandhi-Nehru, anche se il regista ha negato che il film sia ispirato a personaggi veramente esistiti. Un’altra influenza evidente, questa volta dichiarata, è quella de Il Padrino – Parte II. Il tutto rende il film un calderone di citazioni storiche e cinematografiche buttate alla rinfusa per chi ha voglia di coglierle.
Dalla straordinaria storia narrata nel poema epico indiano vengono escluse o minimizzate alcune scene chiave e particolarmente suggestive (per esempio quella in cui Draupadi, qui presente nel personaggio di Indu, viene tirata per i capelli e giocata a dadi dal marito). Inoltre, la sottigliezza psicologica dei personaggi viene abbastanza appiattita, mostrando come tutti, nessuno escluso, giochino sporco in maniera machiavellica. I meriti di questo film giacciono quasi totalmente sul pregio della storia narrata, quella originale ambientata duemila anni fa, che è appassionante e sfaccettata. Per il resto, i personaggi sono confusi, alcuni lasciano la scena senza un motivo preciso, altri sono lì ma non vengono utilizzati appieno. Si tratta senza dubbio di un film carico di suspence, per cui rimarrai con le unghie affondate sulla poltrona, pronto a fare un balzo ad ogni colpo di scena, ma nulla di più.




