Due punti di vista divergenti su Paper Street...

E venne il giorno - M. Night ShyamalanRecensione di Giovanni Pesce

Il primo interrogativo che mi sono posto appena uscito dal cinema dove ho visto l'ultimo film dell'autore de Il sesto senso e Signs è stato se avevo appena assistito ad una pellicola dal significato profondo, girata apposta per scuotere le nostre coscienze sul destino del nostro pianeta, o ad un altro prodotto deludente, incapace di rispettare le promesse iniziali per divenire la solita “americanata” con protagonista un tizio qualunque scosso da eventi a lui estranei e ostili, con tutto il repertorio di grida, pianti e frasi che dovrebbero segnarti quando in realtà ti fan solo rimpiangere di aver speso i soldi del biglietto.

Dopo una lucida analisi ho optato per la seconda ipotesi.
La trama del film è originale (le piante di punto in bianco producono una tossina che sconvolge l'equilibrio mentale degli esseri umani portandoli al suicidio) per un po' il film è angosciante e apocalittico, ma poi cade in un (a mio parere) prevedibile ridicolo involontario; al di là della deludente recitazione degli attori (e dispiace vedere Wahlberg, candidato all'Oscar per The departed, avere per 90 minuti la stessa espressione e il buon Leguizamo assumere espressioni da impiegato affetto da dissenteria in mezzo al traffico di mezzogiorno), certe scene spingono più al riso che al terrore come il tizio che si suicida con il tosa erba e il protagonista che parla con una pianta, per non parlare del suicidio ascoltato col viva voce di un cellulare.
Shamalayan tocca il fondo con il militare che si spara dopo aver recitato una preghiera adir poco simile a quella recitata dai soldati di Full metal jacket prima di addormentarsi, spero che Stanley non si sia rivoltato nella tomba.

A questo punto ecco il secondo interrogativo: Shamalayan è un genio, un regista che ha rivoluzionato il cinema horror-fantastico facendo emergere paure nascoste rappresentanti il malessere della nostra società o è in realtà un mediocre regista bravo in teoria ma deludente nella pratica?
Opto di nuovo per la seconda.


Recensione di Giacomo Lamborizio

E’ la mattina di un giorno qualunque nel verde di Central Park quando le persone cominciano a uccidersi senza motivo apparente, in massa. Un professore di Scienze a Philadelphia (Wahlberg) sta cercando una spiegazione alla scomparsa delle api quando deve mandare a casa i suoi studenti perché i (soliti?) terroristi hanno messo nell’aria il virus del suicidio. Qui comincia la fuga dell’everyman, di sua moglie forse adultera (Deschanel) e della nipotina presto orfana dalla città, dalla gente, dalle strade, incalzati da un vento implacabile che porta la morte dalle metropoli fino alle più vuote campagne. Il terrore qui però non è umano: sono gli alberi ad avvelenare l’aria e stormendo producono un vento di morte che falcia gruppi sempre più piccoli, sempre più isolati.

Il regista del Sesto Senso e di Signs si cimenta in un thriller ambientalista dove la natura fa prove generali di fine del mondo e pone l’accento su come quella umana sia certo la più infestante tra le specie. Ecco allora come la salvezza sia nell’isolamento dalla paura isterica della massa, nel richiudersi dell’atomo verso il suo nucleo e nel ricostruirsi nella più atomica delle costruzioni sociali: la famiglia. Shyamalan non perde il tocco e si mostra maestro nel creare tensione solo con lo stormire di foglie nel silenzio della campagna e il film soddisfa certamente tutti gli amanti del brivido strizzando programmaticamente l’occhio ai b-movies catastrofici d’annata. Lascia comunque leggermente insoddisfatti un finale che quasi dimentica la storia aprendo scopertamente la strada ad un sequel che certo soddisferà la produzione ma di cui forse non sentiamo davvero il bisogno.


Giovanni Pesce e Giacomo Lamborizio