Il segreto dei ricordi - Dove va a finire un momento perfetto?
Pietro era sicuro non potessero andare persi per sempre.
Come ogni notte, prima di dormire, ci pensava.
Non sapeva se, siccome aveva così paura di perderli, si stesse solo illudendo. Andiamo… c’era davvero un luogo, un computer, uno spazio capace di conservarli tutti?
E allora si autoconvinceva che, forse, i momenti più belli della sua esistenza si stavano accumulando, insieme a quelli di tutti gli altri, in una qualche intercapedine di un vecchio mobile pieno di tarli o in una bolla di sapone enorme che pareva rompersi da un momento all’altro. E invece no. Continuava a svolazzare carica di tutti gli attimi che in questo modo non sbiadivano con l’incedere perentorio del tempo. Che parola: tempo. Cinque lettere. Un’enormità impalpabile.
Pensava che in fondo era stato sfortunato ad essere nato uomo. Sarebbe stato molto meglio nascere albero o fiume o montagna. E non stare lì a riflettere su dove andassero a depositarsi tutti quei dannati istanti che era sicuro avrebbe dimenticato prima o poi. Una qualche forma di Alzheimer, da vecchio, avrebbe potuto spazzare via tutto in un lampo. O se non fosse stata la memoria a fregarlo sarebbero stati comunque gli anni: il cervello non può registrare tutto quello che ci piace e tenerlo lì, a disposizione, fino all’ultimo giorno della nostra vita. E’ assurdo ma dimentichiamo un pomeriggio perfetto o un aperitivo divertente nell’arco di pochissimo. E anche quella gita, quella vacanza, quel sogno, quell’inverno. Le foto, i video del cellulare, qualche riga scritta a mano ci illudono: è vero possono di colpo sbatterci indietro nel tempo ma solo per ricordarci come eravamo vestiti, quanti capelli in più o chili in meno avevamo. Quanto era nasale la nostra voce. Ma poi, inevitabilmente, finisce lì. Ricordi circoscritti. Anche le cose sensazionali accaduteci sono destinate a essere manipolate, offuscate, esaltate da quelle cinque lettere: t-e-m-p-o.
Pietro pensava che invece un albero, un fiume o una montagna non avessero questi problemi. Non pensavano e fregavano il tempo. Rimanevano lì. A prenderci in giro tutti.
E allora continuò ad alimentare la sua fantasia, la sua illusione e, a mezz’aria, prima di chiudere gli occhi, anche quella volta, pensò a come sarebbe stato bello camminare in un parco di ricordi. Solo ogni tanto però. Quando avevamo voglia di farlo.
Nel riflesso di un parabrezza riguardavate la panchina dove vi siete baciati quel sabato pomeriggio. Attraverso il crepitio delle foglie gialle e umide per terra risentivate le grida di un pomeriggio passato a giocare. Schiacciati tra le bollicine di un cocktail guardavate, sballottati nel bicchiere, verso l’alto, e notavate la vostra faccia, deformata attraverso il liquido, sorridere ad un vostro amico. Nuove prospettive del passato. Nuovi modi per rivedervi.
Pietro non stava dormendo del tutto: era a metà strada tra le veglia e il sonno. Vide tutto chiaro; il treno procedeva lento e la voce dall’altoparlante, citando un vecchio film, disse: UN RICORDO E’ QUALCOSA CHE HAI O QUALCOSA CHE HAI PERDUTO?
Poi si addormentò.



