Diamo il benvenuto a Virginia Intorcia che propone argomenti inediti per Paper Street affrontando il complesso mondo della filosofia.

Se si fosse trovato un solo fenomenologo tra gli uomini incatenati nella caverna di Platone, egli avrebbe probabilmente preferito restare sotto terra, anche dopo aver appreso di prendere per realtà delle ombre. Il fenomenologo (etimologicamente “colui che rende ragione dei fenomeni, o che discorre sulle apparenze”) è un filosofo che, senza dubitare delle verità oggettive, s’interessa in primo luogo alle menzogne che esse vorrebbero dissipare. Se il metafisico è un astronauta, che vede dall’alto il mondo così come è, il fenomenologo è uno speleologo, che si specializza nello studio di ciò che è oscuro, apparente.

L’occhio e lo spirito - Maurice Merleau-PontyPrima di essere sintetizzati dal pensiero, gli oggetti ci sono dati; prima di essere pensato, il mondo è sotto i nostri occhi, presente come un dono, come uno spettacolo fatalmente mescolato a noi stessi. Cosa si vede quando si guarda? Un mondo strano e penetrante, la cui bellezza dipende dall’occhio che guarda tanto quanto dall’oggetto del suo guardare. Come scrive Merleau-Ponty, “vedere è avere a distanza”, o incorporare il mondo, ma senza mai costringerlo. La visione, sostiene il filosofo, non è un certo modo della presenza o della presenza a sé: è il modo che ci è donato per essere assente a me stesso, per assistere dall’interno alla fissione dell’Essere, solo al termine della quale ci si ferma su noi stessi.

Essere fenomenologo significa destituire la riflessione teorica dal monopolio della comprensione del mondo.
Vivere è un verbo ambiguo, che designa allo stesso tempo il fatto di essere in vita e l’atto di vivere qualche cosa, testimoniando una solidarietà misteriosa tra l’essere al mondo e l’arte di esserne spettatore. Vivere è essere simultaneamente dentro il mondo e fuori di esso.

In L’occhio e lo spirito - scritto a Tholonet, durante l’estate 1960, nella casa di un pittore, a lato di una piscina, in mezzo ai cipressi, qualche settimana prima di morire- Merleau-Ponty descrive il passaggio da una fenomenologia come indagine trascendentale a un’ontologia fenomenologistica che cerca di attingere il senso dell’Essere in una sensibilità originaria, diffusa e de-soggettivata detta carne (chair); la centralità della visione in quanto capace di rivelare l’intreccio e la reversibilità tra io e mondo, soggetto e oggetto, vedente e visibile.

Se la fenomenologia si oppone -in quanto fonda un ritorno alla percezione semplice e descrive l’unicità di un contatto e di una posizione- allo scientismo, la scienza moderna, tale quale la definisce Merleau-Ponty, non è che la negazione dell’Essere a vantaggio del dogma. Lo stile che inventa la fenomenologia è meno argomentativo ma riabilita, in parte, l’enigma stesso dell’Essere.

Questa messa in prospettiva fenomenologica si compie attraverso l’arte pittorica e la virtù dell’occhio, ridiventato organo attivo della percezione: se il pittore non vede altro che il visibile, egli lo riscrive però secondo i suoi mezzi.

La scienza, col suo desiderio di autonomia nei confronti degli oggetti studiati (non c’è più una scienza-per-il-mondo, lo “spiegare” o il “piegare ai bisogni dell’uomo”, c’è piuttosto una scienza-per-se-stessa), resta esterna agli oggetti del suo studio, non fa tutt’uno con essi; è incapace di raggiungere la pittura, arte la cui esistenza stessa è un rifiuto della scienza. La scienza classica aveva il vantaggio, rispetto a quella moderna, di considerare l’oggetto del suo studio più importante del metodo applicato, perché mirava a raggiungere la perfetta conoscenza del mondo facendo ricorso a diversi metodi, mentre la scienza moderna cerca piuttosto di applicare il suo modello in tutte le circostanze di studio, per verificarne la validità.

A Merleau-Ponty interessa fondare la fenomenologia come scienza ancorata all’oggetto, che emana dall’oggetto stesso del suo studio, come se l’oggetto donasse all’uomo gli strumenti per farsi comprendere.

Il saggio L’occhio e lo spirito si apre con una critica all’atteggiamento delle scienze moderne, che nascono da un pensiero che manipola le cose e le riduce, attraverso la costruzione di modelli, a “oggetti in generale”#, anziché abitarle nella loro concretezza e opacità. Contro questa scienza che si rapporta al mondo come “pensiero di sorvolo”# (pensée de survol), Merleau-Ponty afferma l’esigenza di ricondurre il pensiero all’ “Essere effettuale presente”, a quel “c’è” o “si dà (il y a)” che è originaria coappartenenza di io e mondo mediata dal corpo#. Solo l’arte, e in particolare la pittura, è ancora capace di attingere a questo “strato di senso bruto” (nappe de sens brut) , e lo fa proprio evidenziando la genesi corporea dell’immagine.

Se la scienza è un impoverimento del reale per via dei suoi tentativi vani di svelamento dell’assoluto, l’arte al contrario, in particolare la pittura, opera nello sguardo riflessivo, nel continuo operare dell’occhio. La pittura interroga i sensi e fa emergere l’invisibile. Le cose si riflettono in noi, attraverso il tramite dell’occhio del pittore, per svelarsi in esteriorità, e fare così dell’Essere un momento nel mondo.

L’occhio del pittore abita il mondo invece di divorarlo come la scienza, l’occhio di Cézanne è letterariamente “uscito da lui”, è stato sulla montagna … Merleau-Ponty ci propone allora di uscire da noi stessi, di cimentarci nel viaggio che va dall’occhio all’arte.


Virginia Intorcia