Ogni cosa che si vive ci influenza, e ancora di più i luoghi della nostra infanzia imprimono marchi indelebili in noi stessi che solo col tempo capiamo di aver acquisito. E appunto, lasciando un luogo per poi ritornarci anche solo con la mente può inconsciamente portare un bisogno di raccontare origini e vissuti.

Arcade Fire - The Suburbs (2010)Senza l’obbligo di studiarlo a tavolino, ecco “The Suburbs” l’ultimo album (il terzo) degli Arcade Fire, di dimora canadese che sanno di “social band” (come i connazionali Broken Social Scene) anche se gli elementi sono sette e fissi che si scambiano i relativi ruoli senza troppi problemi. Tre sono le parole per descrivere i loro tre album: “acclamazione” per il loro primo album “Funeral”, “conferma” per il secondo “Neon Bible” tanto da portare ad un hype non indifferente per l’ultimo “The Suburbs” e quindi “consacrazione”. Ma le radici natie di alcuni membri non sono canadesi, poiché i fratelli Butler sono nati e cresciuti in California, poi trasferitisi nella periferia di Houston che ha dato istintivi e inizialmente sconosciuti impulsi alla composizione di quest’ultimo lavoro.

Con l’omonima “The Suburbs” si apre un discorso volutamente diretto, meno dilatato e “Ready to Start” ne fa capire l’incessante andamento più minimale e meno ricco di arzigogolature baroccheggianti, toccando picchi notevoli che tutto il brano trasmette in un salendo perpetuo fino al liberatorio finale. “Modern Man” sintetizza ancora di più il tutto, perché non c’è soluzione di continuità fra i brani, infatti “Rococo” riporta alla sfarzosità dei barocchismi art pop che loro meglio sono riusciti a trasmettere nei primi due lavori e ritornano istericamente protagonisti gli archi in “Empty Room” all’interno di un ritmo sostenuto e avvolgente.

Intensità alterne in tutto l’album che passano repentinamente dal pop folk fino alla new wave con semplicità disarmante, senza seguire una strada precisa, arricchendo di synth rispetto al passato a discapito dei cori. Dopo l’eterea accoppiata eterozigote di “Half Light”, il traumatizzante ritorno all’origine con “Suburban Wars” lo si avverte e si avverte la metamorfosi di ciò che c’era e di chi c’era lì dove sei nato, ai bordi della città, e non lo riconosci più e non ti riconoscono più. Ritornano alla mente semplici esperienze, come l’aver imparato a guidare, guida che ricorre spesso nei testi come simbolo prima di iniziazione quindi maturità, poi di movimento e disorientamento.

“In the suburbs I / I learned to drive /People told me we would never survive / So grab your mother's keys we leave tonight / You started a war / That you can't win / They keep erasing all the streets we grew up in.”

Scossa a sé è “Month of May” mentre “We Used to Wait” torna sui livelli incalzanti e progressivi di “Ready to Start”. Vivamente consigliato il video “personale” di “We Used to Wait” che potrete “crearvi” su http://thewildernessdowntown.com e che vi farà rivedere le vostre radici facendovi lasciare perfino un segno. Altra accoppiata poco prima del finale, dove la secondogenita “Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)” porta diretti ad “Heart of Glass” dei Blondie e a sonorità prettamente electro pop di quegli anni.

Il piacevole viaggio si conclude come lo si era iniziato ma in modo più leggero e soave con “The Suburbs (continued)”, perché prima o poi si ritorna tutti alle proprie origini e molto probabilmente il senso che vi avvolgerà alla fine del lungo ascolto, sarà quello spaesamento perfettamente riproposto nei testi, che si farà sentir maggiormente se siete stati incensatori dei primi due lavori. E allora, non vi resterà altro che prendere la macchina per ripercorrere le strade che non conoscete più, che sono cambiate e che stanno scomparendo, per farle vostre come prima. Evocativi.


Nicholas David Altea