Per lo meno si può dire che questo Interpol sia un disco più sincero del suo predecessore. Fin dal primo brano si intuisce che i pezzi hanno più tiro di quelli dell’album precedente, e riguadagnano finalmente parte dell’energia che caratterizzava i primi due LP. Alla vigilia dell’uscita di questo album, gli Interpol hanno confessato candidamente di aver fatto di tutto, durante le registrazioni del loro quarto omonimo disco, per recuperare i suoni che li avevano caratterizzati all’esordio, l’indimenticabile e indimenticato Turn On The Bright Lights. Una mossa tutt’altro che coraggiosa per un gruppo che durante gli anni ha mantenuto una rigidità stilistica tale da diventare, con il terzo disco (il deludente Our Love To Admire) un po’ una cover band di se stessa, che vedeva una formula efficace e riconoscibile trasformarsi in una fredda e forse troppo calcolata riproposizione di suoni new wave in attitude modaiola.

Interpol - Interpol (2010)Le armonie scure scandite dal basso di Carlos D (che ha lasciato il gruppo in seguito alle registrazioni del disco per dedicarsi a progetti personali) e la drammaticità vocale di Paul Banks hanno di nuovo senso di esistere, e l’introspezione dei testi guadagna nuova linfa, soprattutto in canzoni come Summer Well, la cui melodia particolarmente riuscita descrive le malinconie che si provano alla fine di un’estate come solo l’ex Julian Plenti può fare.

Alcuni pezzi del disco risultano comunque ripetitivi, figli di una formula musicale stantia, ormai difficile da utilizzare ogni volta con risultati eccezionali (la prolissa Safe Without ne è un chiaro esempio). Il singolo Lights, però, che trasmette tensione fino a un finale in crescendo riuscitissimo, è forse il brano più bello scritto dal gruppo dai tempi di Antics. Il singolone Barricade e Try It On (in cu gli accordi di piano sono incredibilmente azzeccati) sono altri due episodi degni di nota. Così come la lentissima Always Malaise (The Man I Am), che è una voce fuori dal coro nel repertorio del gruppo ma si rivela bella e struggente nel raccontare il dolore di un uomo irrealizzato.

Gli Interpol hanno quindi riguadagnato la semplicità degli esordi, ma perdendo di mordente a causa dello spettro della monotonia che fa ora capolino in alcuni dei loro pezzi. Certo è che questo disco non assurge ai livelli a cui la band ci aveva abituato fino al 2004, ma è gradevole in gran parte e contiene qualche pezzo che può ambire a diventare un classico per i fan della prima ora. Con la consapevolezza però che gli Interpol, come il protagonista di Always Malaise e tutti i soggettivisti decadenti o romantici di cui Banks sembra farsi spesso portavoce, non cambiano. Anzi, vogliono rimanere così per l’eternità.


Alessandro Blangetti