Con Ryan Reynolds
Spagna, 2010
Thriller - 1h 35'

Buried – Rodrigo CortésUn uomo, Paul Conroy, si risveglia all’interno di una bara di legno. Ha le mani legate, forse è ferito. All’interno della bara trova un telefono cellulare, unico mezzo per comunicare con l’esterno, uno zippo e un coltello.
Squilla il cellulare e gli si gela il sangue; è sepolto nel deserto irakeno e i sequestratori vogliono che si metta in contatto con le autorità americane per avere un riscatto di 5 milioni di dollari. In caso contrario sarà lasciato lì.

La trama è questa. Il regista riprende la violenza psicologica di cui è vittima il protagonista, le torture che subisce a causa di chiamate in attesa, segreterie telefoniche e assenza di campo, la claustrofobia e l’assenza di aria in quello spazio angusto. Novantacinque minuti di tensione pura, senza pause. Una disperata corsa contro il tempo prima che l’aria si esaurisca, la lotta di un uomo comune vittima di un sistema folle e spietato che si trova ad affrontare non solo la crudeltà dei sequestratori ma anche la gelida burocrazia americana (una vibrante critica nei confronti delle autorità statunitensi), domandandosi se effettivamente pagheranno il riscatto o se lasceranno morire questo autista di mezzi disarmato, giunto in Iraq per lavorare.

Il regista è abile nell’orchestrare la tensione, grazie all’uso di primi piani e di impressionanti zoom, che riescono a rendere più ampia la profondità della bara. In certi momenti si cerca di percepire dei suoni dall’esterno e questo sottolinea l’empatia che si crea nei confronti del protagonista. Forse qualcuno potrà storcere il naso di fronte ai dialoghi, non certo brillanti ma trascinanti ed è lodevole anche la misurata interpretazione di Ryan Reynolds (il Deadpool di X-Men le origini: Wolverine), sotto le righe in una performance difficile.

Di certo il regista ha raggiunto il suo scopo: una pellicola originale e insolita, in cui la tensione attanaglia lo spettatore che assiste impotente alla drammatica vicenda nella speranza di un finale consolatorio, mosso dalla pena nei confronti di Paul Conroy. A fine proiezione, all’ansia si aggiungono un senso di asfissia e la necessità di rilassarsi con un film più leggero. Ed è difficile dimenticare il respiro lento di Paul, nello spazio claustrofobico di una bara, illuminata dalla debole fiamma di uno zippo.


Giovanni Pesce