Il Palazzo delle Illusioni - Chitra Banerjee DivakaruniSe non conoscete la storia ne rimarrete affascinati, perché è una delle più raccontate ed appassionanti, paragonabile all’”Odissea” di Omero o alle avventure dei cavalieri della tavola rotonda. Solo che queste avventure avvengono in India, in un’età antichissima, alla corte dei cugini rivali Pandava e Kaurava. Si tratta del “Mahabharata”, il più famoso dei poemi epici indiani insieme al “Ramayana”, qui narrato dal punto di vista del principale personaggio femminile, Draupadi, chiamata anche Panchaali.

In quest’epoca (collocata da molti studiosi tra il 6000 e il 5000 a.C.!), le vite di uomini e dei s’intrecciavano, e il mondo degli umani non era completamente scollato da quello degli esseri magici. Io mi ero avvicinata alla storia, lunghissima e complessa, attraverso la trasposizione cinematografica – ma dalla forte influenza teatrale - di Peter Brook, che per quanto fatta su misura per noi occidentali ignoranti di filosofia e mitologia orientale, dà un’idea delle vicende e dei personaggi principali. Ero rimasta colpita, per l’appunto, dalla principessa Draupadi, sposa dei cinque fratelli Pandava, nuora dell’altera Kunti, umiliata dai cugini e messa come posta nel gioco d’azzardo di uno dei mariti contro la sua volontà.

Questo libro di Chitra Banerjee Divakaruni, l’autrice de “La Maga delle Spezie”, parte dalla nascita della principessa, emersa dal fuoco insieme al fratello Dhristadyumna “Distruttore dei Nemici”, per narrarne poi tutta la travagliata vita. Fin da bambina Draupadi sa che è destinata a cambiare la storia, eppure il padre la tratta con sufficienza e accetta con riluttanza di darle un’istruzione simile a quella impartita al fratello. Nessuno accetta il fatto che il suo destino sia importante quanto quello dei principi che la attorniano. Nella prima metà del libro la Divakaruni spinge molto sul trattamento riservato alle donne e sui commenti sessisti dei protagonisti. Tutti, dal precettore del fratello le cui lezioni Draupadi si ostina a frequentare, alla balia Dhai Ma, che invece le dovrebbe insegnare cose a lei più consone, sono convinti che il ruolo della donna sia ben segnato e non possa essere travalicato. Draupadi però viene dipinta come una femminista ante litteram e rivendica il suo posto nella storia.

E’ noto che l’epica sia un genere condito al testosterone, dove le gesta eroiche degli uomini sono esaltate e le donne sono fanciulle indifese da salvare, mogli pazienti che aspettano il ritorno del marito, compagne fedeli o al massimo “femmes fatales” che rischiano di far cadere nel peccato e nella perdizione l’eroe di cui sopra. Anche nel Mahabharata le donne ci sono (le regine Kunti e Gandhari, oltre alla principessa Draupadi), ma hanno un ruolo defilato, stanno un po’ all’ombra dei mariti e li aspettano quando tornano dalla guerra. Ecco quindi l’idea della Divakaruni di scrivere la storia dal punto di vista femminile, re-inventandola e staccandosi anche dall’interpretazione canonica, perché pure questo è lecito fare in letteratura.

La storia è certo avvincente, ma è merito della grande saga indiana e non certo della Divakaruni, che sebbene scriva in una prosa elegante, rimane un po’ in superficie, sia per quanto riguarda il femminismo tutto inventato di Draupadi, sia per quanto riguarda la psicologia dei personaggi. Consigliabile a chi non conosca già il “Mahabharata” e voglia un’introduzione soft, da evitare per chi cerca la filosofia, le descrizioni poetiche o la complessità dell’originale o dei capolavori della letteratura mondiale.


Stefania Basset