67esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia

Zebraman e Zebraman 2 - Takashi MiikeZebraman e Zebraman 2
Di Takashi Miike

Takashi Miike è uno dei cineasti più originali del cinema Giapponese e non solo; autore poliedrico e d’indiscusso valore artistico i suoi lavori sono arrivati con enorme ritardo in Europa e ancora oggi non è molto conosciuto dal pubblico di massa italiano. Dagli esordi horror/splatter il regista ha dimostrato subito una propensione alla violenza estrema senza per questo disdegnare il buon gusto e alcune scelte raffinate, come lui stesso ammette: “durante le riprese, la violenza significa amore e armonia. Durante le riprese dei miei film, nessuno si è ferito gravemente.
La cosa curiosa è che più l'amore è grande, più aumenta la violenza. Ultimamente ho il dubbio che proprio dall'amore nasca la violenza. In altre parole, sono la stessa cosa.”

Convinto di vedere un tipico film alla Miike con squartamenti e violenze di ogni genere mi sono fiondato in sala a vedere “Zebraman” nonostante la proiezione fosse fissata a mezzanotte e mezza sapendo quasi nulla del film a cui stavo per assistere: il titolo può portare a pensare ad un supereroe zebra che sconfigge i cattivi, il tutto condito dall’oscurità tipica di Miike.

In effetti si tratta di un supereroe vestito da Zebra, ma dell’efferatezza e la crudezza tipica del regista non c’è ombra: poco male visto che si tratta di un tributo a una serie televisiva degli anni ’60 giapponese e a tutto quel filone di telefilm con supereroi umani che acquisiscono poteri dalle loro tute speciali. I miei ricordi di bambino riaffiorano e mi sento come quando a dieci anni guardavo i Power Rangers con in mano pane e nutella, solo che di anni ne ho 22 e il lungometraggio che sto guardando non è affatto banale. Lo humor giapponese sinceramente non mi fa molto ridere se non a tratti, ma il bello è proprio vedere i personaggi che provano ad essere seri e sparano cazzate per quasi due ore.

La fattura del film non è atona e vuota ma come ogni film orientale che si rispetti i colori hanno sempre la loro valenza: qui entra in gioco Zebraman 2, che per metà film è una pellicola completamente diversa dal prequel. La Zebra qui si divide nei suoi colori base: il ritorno dello Yin-Yang, il bianco e il nero, il bene e il male (l’unica cosa che non cambia è l’ora della proiezione che anzi è iniziata all’una, con un ritardo di mezz’ora).

La vicenda si sviluppa quindici anni dopo il primo film e l’ambientazione si è fatta oscura e senza speranza: i ricordi d’infanzia vengono spazzati via dal presente osceno in cui vivo. La spensieratezza del primo episodio è surclassata da un’ondata di odio e assenza di speranza nei confronti del futuro dell’umanità. Nella seconda parte del film però il regista torna sui suoi passi, il tono si abbassa e lo humor la fa di nuovo da padrone. Raccontare altro mi sembra superfluo.

Ancora una volta Miike mi ha stupito, riesce a sorvolare i generi con una facilità impressionante, riesce a creare scene ad effetto partendo dal nulla, riesce a prendere lo spettatore con una storia banale del tipico supereroe mascherato che nella vita è uno sfigato senza speranze ma scopre in se un potere unico. Consigliato a chi non è snob e vuole vedere solo pellicole lente e filosoficamente impegnate. “Ho messo bianco su nero”.


Giacomo Franzoso