67esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia

L’amore buio - Antonio CapuanoMalavita, caduta, pentimento, rinascita. Questo il percorso che affrontano entrambi i protagonisti nel film di Capuano. Una storia dura, uno stupro di gruppo ad una ragazza di buona famiglia, la vergogna di quanto compiuto che porta Ciro, quindicenne napoletano di periferia, a costituirsi.

Il carcere, i ricordi che affiorano, l’insonnia perenne lo conducono alla vera disperazione, tanto più profonda perché propria di un ragazzino. Intanto lei, Irene, è perseguitata dalla sensazione di sporcizia, di rifiuto e negazione del proprio corpo.

Le reazioni sono diverse: Ciro si sfoga con la scrittura e si sporca le mani con la cera (quasi un rituale purificatore), fino a quando non trova il coraggio di scrivere lettere proprio a lei, Irene, lettere che si interrompono nel momento in cui la ragazza parte col fidanzato (insulso e accondiscendente in maniera irritante) alla volta dell’America. Ciro cresce spiritualmente all’interno del carcere, diventa un altro, ma la sofferenza e l’angoscia non lo abbandonano, non allentano la morsa.

La fotografia accompagna in maniera efficace e originale le due anime di questi ragazzi: con Irene la luce è calda, a 360°, spaziosa, sembra che profumi; con Ciro i colori sono cupi, fumosi e polverosi come la stanza in carcere. Le sensazioni sono simili, la pena è la stessa. Molto li accomuna: entrambi parlano con psicologhe curiose, che non capiscono i tormenti che li animano, hanno genitori preoccupati, famiglie con storie malcelate. Il regista svela un rapporto\non rapporto, un legame che non ha sviluppi, ma che inspiegabilmente si rivela essere fortissimo, appunto un “amore buio”. A riprova di ciò, la scena finale ha come fulcro gli occhi, occhi che si allacciano, si guardano, si scavano, si scrutano: Irene in America, Ciro fuori dal carcere a Napoli.


Raffaella Carraro