67esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia

Con Vinicio Marchioni, Carolina Crescentini

20 sigarette – Aureliano AmadeiUno dei film italiani più attesi, a causa dei codazzi di polemiche che le opere dai temi “controversi” si portano dietro sulla stampa nostrana, era questo 20 sigarette, opera prima collocata nella sezione Controcampo Italiano, sempre ricca di spunti interessanti negli ultimi anni.

Il giovane anarchico e aspirante filmmaker Aureliano (Marchioni), trova lavoro come assistente di un regista in partenza per l'Iraq dove girerà un film sulla "missione di pace" italiana. Resterà laggiù il tempo di fumare 20 sigarette, essendo coinvolto nell'attentato alla caserma dei carabinieri di Nassiriya, da cui si salva per miracolo. Tornato in Italia si racconta la sua lenta convalescenza, segnata dalla fastidiosa convivenza con la sensazione che nessuno riesca a comprendere la vera entità della tragedia vissuta e più in generale della guerra.

Personalmente, ignaro della storia di questa produzione, temevo di andare incontro ad una piatta opera agiografica di impianto televisivo, visto anche l'onnipresente logo Rai Cinema sulle locandine. Aureliano Amadei però è stato davvero in quel cortile a Nassiriya nel novembre 2003, unico civile italiano tra i feriti, e ha intrapreso un percorso che lo ha portato a raccontare la sua esperienza in prima persona in un libro, a teatro e ora a esordire nel lungometraggio. Sovrapposizione tra regista e protagonista che riesce a produrre un'opera personale e onesta, un approccio davvero degno di lode ad un argomento difficile e inquinato dalla comunicazione quotidiana, sempre disonesta.

Immediata l'immedesimazione col protagonista, quasi spettatore ideale con il suo occhio ignorante e fuori luogo tra le armi e il deserto. Il bravo Vinicio Marchioni porta tutta la sua fisicità e ironia romanesca al servizio di una sceneggiatura che, anche quando il dramma rompe il tono da commedia dell'inizio, non manca mai l'occasione di dispensare la battuta sdrammatizzante, con una levità davvero preziosa.

Pur non mancando qualche ingenuità anche la regia si rivela coraggiosa e matura, capace di creare grandissima tensione drammatica con la scelta di mettere in scena l'attentato in maniera tangenziale. L'orrore irrompe preparato da una futile discussione e ripreso tutto in soggettiva del protagonista, nella polvere e nel sangue. Scelta che viene a creare una fortissima opposizione con la orrenda retoricità del dolore pubblico, quel circo di pianti istituzionali e discorsi costruiti su parole vuote che viene allestito a ogni tragedia nazionale.


Giacomo Lamborizio e Andrea Livraghi