Il Maestro e Margherita - Michail BulgakovLessi per la prima volta questo libro quando avevo circa sedici anni e mi sembrò un’”Alice nel Paese delle Meraviglie” russo. Quando venni a sapere che si trattava di un’aspra critica al regime sovietico rimasi di stucco. Non avevo capito niente del libro e così mi ripromisi di rileggerlo. Sono passati dieci anni e, con una capacità di individuare le diverse intertestualità molto più sviluppata, ho visto la critica al regime sovietico e anche molto altro, nonostante il romanzo rimanga per me un viaggio in un paese in cui succedono le cose più strane, come nel romanzo di Lewis Carroll, soprattutto considerando l’affinità non trascurabile di teste tagliate e gatti parlanti.

Per capire la complessità e l’intelligenza del “Maestro e Margherita” è utile, se non indispensabile, dare una letta alla biografia dell’autore e soprattutto ai suoi problemi con la censura. Michail Bulgakov, infatti, nato a Kiev nel 1891 e presto recatosi a Mosca a cercare successo come letterato e drammaturgo, ebbe diversi problemi con la censura di regime, che mal sopportava il tono nostalgico e scanzonato – ma talora apertamente satirico – delle sue opere.

“Il Maestro e Margherita”, il suo capolavoro indiscusso, è stato scritto tra il 1936 e il 1940 praticamente in segreto, e pubblicato in Russia solo all’inizio degli anni sessanta quando si riscoprivano i valori soffocati dalla politica staliniana. Si tratta senza dubbio di un’opera tra le più originali mai scritte. Protagonista è il Maestro, un eccellente quanto sottovalutato letterato, che ha scritto un romanzo su Ponzio Pilato più o meno nelle stesse condizioni in cui si ritrovava Bulgakov a scrivere. Inaspettatamente nella capitale compare Voland, che altri non sarebbe che il maligno in persona, con un seguito di personaggi strampalati che non hanno nulla da invidiare al Cappellaio Matto e al Cheshire Cat (lo Stregatto, che nella versione bulgakiana si chiama Behemot). Satana-Voland gira per la città mettendola a soqquadro e stravolgendo le esistenze di numerose persone, che finiscono prontamente al manicomio.

Egli s’installa abusivamente in un appartamento moscovita (negli anni ’30 c’è stata una “crisi degli appartamenti” per cui era molto difficile, se non impossibile, trovarne uno nella capitale) e mette in scena uno spettacolo di magia nera, svergognando vizi della piccola borghesia moscovita quali l’avidità e la mancanza di pudore. Ma è tutta la società della Mosca degli anni ’30 a venire derisa, con una satira a dir poco grottesca: dalla burocrazia alla censura, fino al mondo dello spettacolo, niente si salva dalla macina di Bulgakov. Il racconto si lega indissolubilmente a tutte quelle leggende e opere della letteratura che narrano dell’anima venduta al diavolo, il Faust di Goethe in primo luogo, ma richiama anche i grandi della letteratura russa, per esempio Nikolai Gogol, anche lui ucraino di nascita.

E’ senza dubbio un libro complesso, la cui analisi accurata richiede vaste conoscenze e capacità d’interpretazione, a differenza di “Alice nel Paese delle Meraviglie” che appartiene piuttosto al genere del non-sense (sebbene i due libri condividano l’atmosfera onirica e la mancanza di un confine netto tra sogno ed incubo). Questa sua complessità, tuttavia, non impedisce al libro di essere letto scorrevolmente e anche con un certo divertimento.


Stefania Basset