Sogni e delitti - Woody AllenTerry (Farrell) e Ian (McGregor) sono due fratelli di circa trent’anni della working class londinese. Uno fa il meccanico, l’altro aiuta il padre nel ristorante di famiglia. Entrambi sono insoddisfatti delle loro poco remunerative occupazioni e sognano di uscire dall’impasse economica, magari per seguire le orme dello zio Howard, nel cui mito di uomo di successo sono stati cresciuti dall’altrettanto insoddisfatta madre, per cui uno è sempre alla ricerca del colpo grosso a poker o alle corse mentre l’altro risparmia per poi entrare in qualche investimento remunerativo.

Le cose per loro precipitano quanto Terry contrae un debito che non può pagare con degli strozzini mentre Ian si innamora di una ragazza che, diciamo così, non può permettersi. L’unico che li può aiutare è lo zio, ma anche questi si trova in cattive acque e li aiuterà solo in cambio di un omicidio. Il nuovo lavoro di Woody Allen completa un’ideale trilogia londinese dell’omicidio con Match Point e Scoop. Anche qui protagoniste sono delle persone comuni, insospettabili direbbero al telegiornale, che si trovano a decidere di uccidere qualcuno per difendere il loro piccolo mondo in pericolo. La morale è che ignavia, ambizione, paura possono trasformare chiunque in un assassino. I due protagonisti di questo film non fanno eccezione: sono due ragazzi normali, molto attaccati alla famiglia e assolutamente inadeguati a quello che decidono di fare.

Con questo film Allen, ritorna al “naturalismo” di Match Point, dopo averlo parzialmente abbandonato in Scoop, e confeziona un prodotto ben fatto, che si avvale di ottime interpretazioni, coinvolgente e tecnicamente ineccepibile. Certo agli occhi di uno spettatore un po’ più blasè, abituato ai tanti inetti coinvolti in qualcosa di troppo grande presenti nella filmografia del regista newyorkese, la trama può riuscire prevedibile fino alle ultimissime scene e decisamente il film non tocca le vette di profondità analitica dell’animo umano di Match Point. La sensazione è che Woody Allen paghi una eccessiva prolificità, per cui finisce spesso con il diluire il suo enorme talento.

Nota di demerito finale per l’imbecillità del titolo italiano scelto dalla produzione: non vuol dire niente se non la voglia di accalappiare spettatori, molto più serio sarebbe stato lasciare il bel titolo originale, Cassandra’s Dream.


Giacomo Lamborizio