Punto di ritorno
Paper Street saluta una nuova firma: Martina Cesaretti ci propone un racconto.
Tu non te ne rendevi conto ma mi stavi prendendo per quella che sono. Baciavi le mie labbra da bambina truccate come fossero labbra da donna piena di sé e forse sentivi che nel groviglio delle nostre lingue c’era anche il fragile angelo innocente che con gli anni è stato rivestito con abiti di circostanza piuttosto che di gioco, con vestiti che accentuassero il seno che non ho mai avuto, con gioielli che dessero personalità ad un collo esile e pallido, con gonne che coprissero le mie gambe tonde.
Hai assaporato la mia infanzia luminosa e hai bussato alla porta d’ingresso della mia casa. Tu non lo sapevi, ma io ero in piedi su una sedia ad osservarti da tempo mentre titubavi lì fuori. Le mie giornate erano diventate una dolcissima altalena che oscillava fra la routine quotidiana e l’attesa del momento in cui avresti solleticato il legno massiccio e usurato dal tempo di quel portone.
Ti sei visto aprire la porta da una bambina vestita con gli abiti di sua madre, truccata come meglio poteva con le sue manine piccole. Hai osservato i suoi piedini scalzi e non hai accarezzato i suoi capelli per paura che le tue mani rimanessero impigliate nei loro nodi biondi e delicatissimi. Le hai sorriso perché tu ami i bambini e quando lei ha afferrato la tua mano per condurti al piano di sopra sono sicura del fatto che ti sei accorto che la bambina ero io. L’hai presa in braccio per le scale di marmo bianco e quando l’hai fatta scendere hai controllato che la sua testa non andasse addosso agli spigoli dei mobili. Hai ascoltato le sue favole buffe e hai parlato alle sue bambole. L’hai fatta ridere e hai giocato con lei. Ti ha condotto verso la vasca da bagno e tu hai lavato via la terra dai suoi piedini ed il trucco dal suo visetto. L’hai asciugata e ti sei sentito chiedere perché ti vestissi sempre di nero, e non hai saputo rispondere: perciò hai sorriso. Hai lasciato che ti cantasse una canzone vecchia trent’anni e le hai messo il pigiama addosso perché fuori iniziava ad essere notte. Aveva fame e hai cucinato per lei e l’hai imboccata inventando storie per distrarla. L’hai raccolta dalla sua sedia e l’hai portata nel letto a dormire e lei ti ha chiesto di restare al suo fianco, perché il buio le faceva paura. Hai sorvegliato i suoi respiri nel silenzio e ti sei assopito sul suo piumone rosa pallido. Durante la notte ti sei svegliato e al posto della bambina c’ero io, c’era il mio profumo, c’erano i miei capelli. Credo che tu mi abbia baciata perché conosco la tua dolcezza antica.
Credo che tu abbia sorriso ed ascoltato il mio cuore attraverso la canottiera bianca per controllare se correva troppo forte.
Sono tornata ad attenderti sulla sedia, perché mi è piaciuto essere riconosciuta da te. So che ti vedrò tornare e so che quando lo farai non ti stancherai di vezzeggiare la bimba, di viziare la donna. Quando lo farai non andrai più via, perché sappiamo entrambi che io sono il tuo luogo d’appartenenza e che tu sei il mio. Lo sei sempre stato amore mio. Abbiamo progettato il nostro suicidio insieme a quindici anni e abbiamo amato di amori folli uomini e donne inventati dal nostro romanticismo becero. Abbiamo pianto e respirato e vomitato e siamo giunti ad un punto di arrivo e di partenza, che sarà il tuo punto di ritorno, che sarà il mio punto d’attesa.



