Quentin Tarantino: i tempi di Pulp Fiction non torneranno più
Nel 1992 il cinema mondiale scopre un regista geniale e innovativo: si chiama Quentin Tarantino ed è un ex commesso di una videoteca californiana, cinefilo, che ama scrivere. Il grande attore Harvey Keitel gli offre l’opportunità di esordire come regista con un ottimo cast e un film teatrale che è poi Le Iene, un cult non ancora tramontato.
E’ però con il secondo film, nel 1994, che Quentin firma un vero e proprio capolavoro: Pulp Fiction. Un film apprezzato da critica e pubblico che scuote perentoriamente il mondo del cinematografo e forgia uno stile che verrà ripreso e imitato per molto tempo.
Un cast stellare che vanta un inedito Bruce Willis, un simpatico Tim Roth, una iconografica Uma Thurman, e un duo d’eccezione composto da Samuel L. Jackson e John Travolta (quest’ultimo per altro deve considerarsi un gran debitore di Pulp Fiction visto che la sua carriera era sull’orlo del tramonto e dopo questa prova di recitazione torna alla ribalta). Apparizioni fugaci anche dello stesso regista e di Keitel (che impersonifica uno dei personaggi più brillanti e semplicemente perfetti della cinematografia).
La trama segue una struttura, nel suo disordine, ciclica. Una serie di storie di gangster si incrocia a Los Angeles tra rapine, risse, cene obbligate, droga, katane e omicidi.
Una giovane coppia sta per assaltare una tavola calda, un duo di killer in giacca e cravatta (i costumi sono un chiaro rimando alle Iene) parla di Fast Food francesi prima di lavorare. Ma c’è anche spazio per un pugile rivoluzionario che non accetta di andare a tappeto, un boss intransigente con splendida moglie al seguito, un freddo signore chiamato solo in casi d’emergenza che “risolve problemi” e vanta una guida sportiva.
Le virate tra comicità e morte, il sentimento del contrario che pervade tutto il lungometraggio, ma soprattutto la creazione di un nuovo linguaggio cinematografico conferisce a Pulp Fiction un successo probabilmente infinito. Una formula vincente e valida, un nuovo modo di dirigere gli attori e di miscelare storie apparentemente senza un nesso.
Quentin Tarantino ha diretto due film irripetibili e non era facile proseguire a livelli così alti; nonostante questo nel 1997 (mentre tutta la critica lo attende al varco) esce Jackie Brown che (nonostante sia leggermente sotto il livello dei precedenti) spiazza tutti con un De Niro fuori dagli schemi e una storia di trafficanti ben orchestrata; certo qualche fan avvisa cali nel suo terzo film, ma il tracollo vero e proprio avviene dopo: in Kill Bill I esagera notevolmente con il wuxia pan per poi però salvarsi alla grande nel volume II dove il suo talento riaffiora magistralmente, specie nelle fasi finali: perfette.
Quando però esce nelle sale con Grindhouse – A prova di morte proponendo un polverone (solo i veri fan del genere possono apprezzare) che annoia e irrita lo spettatore per la sua inconsistenza, la sua superficialità. Una delusione che prende in giro lo spettatore.
Dove è finita l’originalità e il talento del giovane sceneggiatore? Dove sono finiti quei personaggi adorabili e creativi? Quelle storie grottesche mai viste prima?
Nel Tarantino di oggi tutto si riduce ad un polverone di sangue, morte e distruzione.
I tempi di Pulp Fiction, temo, non torneranno più.



