Paper Street incontra Mario MonicelliAppena tornati dalla Cineteca Nazionale di Bologna, dove Mario Monicelli ha fatto la sua passerella, stamattina, al BIOGRAFILM FESTIVAL di fronte a pochi fotografi, pochi giornalisti, poca gente.

Il Festival, tra le diverse iniziative, si è posto l'ambizioso obiettivo di proporre una "biografia" degli anni sessanta.

In quest'ottica quindi doveva avvenire, in teoria, una "presentazione" di un film del maestro di mezzo secolo fa: "Risate di gioia" con Anna Magnani e Totò, che verrà infatti proiettato domani. Poi però - voglio dire- lì c'è Monicelli.

Arriva con un maglioncino scuro e una camicetta a difenderlo dai 30 gradi di temperatura esterna. Un ometto piccolo, esile, magro, al massimo splendore della sua senilità. 94 anni. Cammina piano, accompagnato, a testa bassa. Piccolo, esile, magro, vecchio: un gigante. Un pilastro del cinema italiano.

Un secolo di storia e di cinema racchiusi in quelle quattro ossa che si trascinano piano, accompagnate. Ben presto inizia la conversazione. Convenevoli da festival, fotografi, ok.

Monicelli svela qualche retroscena sul film: "Quando la produzione si offrì di affiancare ad Anna Magnani un attore americano, dissi che poteva funzionare e che poteva andare bene. Io però non lo giro, gli dissi, può funzionare, ma io non lo faccio. Io volevo Totò...".

Poi iniziano le domande del pubblico e il maestro dimostra una lucidità assolutamente limpida, sconcertante. A chi gli chiede cosa ne pensa del cinema italiano di oggi risponde che non va più al cinema perché non ce la fa, non ci vede e non ci sente bene. Gli pare che il cinema sia troppo professionale: "ormai sì, tutti sanno fare le storielle, il cinema di oggi e fatto da gente che esce dalle scuole, sanno raccontare le storielle. Hanno capito come si fa. Ormai son delle storie, non c' è più la società dentro..." e continua: "Il Divo" di Sorrentino e "Gomorra" di Garrone sono due falò, speriamo che incendino tutto, ma rimangono due falò...."

Quando gli si chiede di raffrontare un po' le varie Italie che si sono succedute dagli anni sessanta poi, se la prende un po' con tutti:

"Prima se quando uscivi da una stanza lasciavi la luce accesa venivi redarguito, rischiavi anche uno scappellotto: certo, erano tempi di povertà. Ma se continuiamo così ci torneremo dentro, alla povertà. C'era il risparmio, la solidarietà. Erano tutti poveri e la gente s'aiutava. Oggi è diverso. Oggi si cerca il Privato. Oggi chi ha le possibilità pensa per sé stesso e chi non ce l'ha: affari suoi. Le persone sono cambiate. La classe dirigente va spazzata via in toto. Attenzione però eh, io non parlo solo di classe politica. Io parlo dei docenti dell'università, dei direttori, dei presidenti, dei grandi chirurghi. Tutti sono colpevoli della nostra condizione. Tutti si favoriscono l'uno con l' altro per auto-conservarsi. Anche quelle altra cose lì...i cosi...come si chiamano... i talk show. Ballarò, Anno zero, Porta a Porta. Sono degli spettacolini, dei contentini. Ci sono sempre i presidenti. Tutti presidenti, chi di associazioni, di partiti e altre cose. Sì, sono lì, alzano un po' la voce (o, meglio, fanno finta di alzarla) sono sempre lì a dire le stesse cose, poi arriva una battuta e ridono tutti. E non risolvono niente: sono tutti maggioranza e si aiutano tra loro, bisogna capirlo!"

E poi se la prende con i peggiori:
"I giovani. Cantava quello "ma che colpa abbiamo noi, se questa società fa schifo" (i ROCKERS, ndr) no, la colpa ce l'avete eccome...voi non dovete andare agli incontri, vedere film e dire sì bello, bravo, applaudire. I GIOVANI DEVONO SOVVERTIRE. Andate nelle piazze, occupate le scuole, cacciate il preside. Fate!, discutete tra voi, arrabbiatevi, allargate la cerchia....i giovani devono portare le cose avanti, sovvertire, non guardare e stare fermi lì, i giovani devono unirsi."

Cose così: una gran bella mezz' ora.


Federico Braconi