Elephant - Gus Van Sant
Ovvero un film con handicap premiato a Cannes
Il film racconta la giornata di scuola di un liceo della provincia americana. La giornata della strage. La strage che attuarono il 20 aprile 1999 due giovani omosessuali amanti delle armi… e della buona musica.
Bene, mi appresto a scrivere una relazione/ recensione su questo film.
Come in tutti i film tratti da eventi realmente accaduti – e, nella fattispecie, famosi anche- dal momento in cui si inizia a guardarlo si presume di sapere già come andrà a finire. E questo mi sembra un handicap per un film. La sceneggiatura risulta molto lontana dalle trame “classiche” del cinema holliwoodiano: giovani studenti di liceo vivono davanti ad una macchina da presa invisibile (sì, volendo, “realista”) una giornata di sQuola. Non c’è un filone narrativo principale e gli avvicendamenti dei visi ( anzi, delle spalle) degli attori si alternano “neutralmente” senza un evidente collegamento logico. Dunque la storia non c’è; tanto meno un protagonista.
La sceneggiatura anzi, sembra improntata fondamentalmente sui DIALOGHI e non sugli AVVENIMENTI. Ed anche questo ci sembra un consistente handicap per un film. Veniamo ai dialoghi: interpretati da un fumettista acuto sarebbero potuti tradursi sulla carta al sintetico suono di: bla, bla, bla; non ci fanno conoscere ne presupporre niente di ciò che è accaduto, né di ciò che accadrà. Infatti non c’è una trama. Le battute risultano - monotone? No no monotone no! - almeno “poco consistenti”, specialmente se si considerano le nuove tendenze del cinema di oggi. A pensarci bene sono mancanze proprio notevoli, queste. Come si può fare un film simile?
Un film improntato così parte da quota meno uno: è un film handicappato; per lo meno, troppo rischioso.
Poi però, per fortuna, comincio a pensare.
Ecco che tutti quei dialoghi morti, quelle carrellate infinite, quelle fotografie CAMBIANO.
Ecco che un discorso in un’aula, fatto su delle sedie posizionate in circolo, mi sembra una denuncia contro i pregiudizi verso gli omosessuali, che tutti quei discorsi sulle feste, quelle battute, quelle chiacchiere diventano la vita reale (questa sì, è monotona), il mondo, lo sconvolgimento di una routine immanente all’ uomo; le foto di Elias non son più quella gran rottura anzi, diventano la passione di un ragazzo come tanti, tanto quanto lo sport, l’antisport, la lettura, l’amore. Vedo la bulimia di classe, gli sguardi nei corridoi. I problemi che esistono solo per chi se li pone. Ecco un film che, piano piano, si trasforma in opera d’Arte. Realtà riprodotta, riassunta e spiegata senza parole: ARTE.
Allora dico: “Cazzo, bello ‘sto film.”
Poi però arriva il difficile: mi devo mettere a scrivere. Che dire dunque? Penso, rifletto, cerco di organizzare delle idee… Niente, non mi viene in mente proprio niente, mi dispiace. Quando si guarda un film, in realtà, c’è sempre poco da aggiungere. Altrimenti non sarebbe un film, o, per lo meno, un buon film.
O forse no.
Beh non lo so, però - almeno per questa volta - vado CONTRO e la recensione non la scrivo: al massimo, vi posso incoraggiare a vedere il film. Fatevela da soli la recensione.
P.S. Elephant è stato premiato come miglior film al festival di Cannes del 2001.



