Again 66 e quello che non ti aspetti
Impressioni sui mondiali del 2002
L'edizione dei mondiali di calcio del 2002 è stata in assoluto una delle più originali e inaspettate.
Innanzitutto perchè per la prima volta si sono tenuti fuori dall'Europa e dall'America (in Giappone e Corea del Sud) e perchè per la prima volta sono emerse a sorpresa formazioni non blasonate, come gli Stati Uniti e i padroni di casa coreani, mentre altre ritenute favorite, come la Francia e l'Argentina, hanno pianamente deluso.
Da italiano posso affermare che delle edizioni che ho vissuto è stata indubbiamente la più deludente; gli azzurri allenati dallo scaramantico Giovanni Trapattoni hanno avuto notevoli difficoltà a superare il girone, non certo di ferro, composto da Ecuador, Croazia e Messico.
Dopo aver battuto i sudamericani con una doppietta del "fu" Bobone Vieri, siamo caduti inaspettatatamente di fronte all'inferiore armata croata (inutile un gol del solito Bobone), piegati dai gol di Olic e dell'ex Gaucci boy Milan
Rapajc.
Per l'Italia e per i suoi tifosi è troppo: l'unica speranza è battere i messicani a punteggio pieno. Al "Big eye stadium" di Oita passano in vantaggio i messicani con un incredibile gol di Borgetti difficile da dimenticare. Dopo
il pareggio di Del Piero l'intera penisola tira un sospirio di sollievo e tutti nelle piazze a festeggiare (francamente ancora oggi se ci penso mi è sembrato un pò eccessivo, se paragonato alle esultanze del 2006!).
Ma il peggio doveva ancora venire. Agli ottavi incontriamo i padroni di casa della Corea del sud allennata da mister "amo le missioni impossibili" Guus Hiddink; gli asiatici sono galvanizzati, idolatrati dai loro tifosi certi del
successo (ormai celebri gli striscioni con lo slogan "again 1966" in ricordo della bruciante sconfitta subita degli azzurri nel'66 contro la Corea del Nord).
In vantaggio ancora una volta grazie al nostro bomber italo-australiano, a pochi minuti dalla fine arriva il pareggio di Seol ki-Hyeon; è il dramma. Ai supplementari va in scena uno spettacolo di cabaret; dalla panchina le esibizioni isteriche di Trapattoni, in campo il delirio puro orchestrato dall'arbitro ecuadoregno Byron Moreno alla sua ultima (e non certo per l'età) direzione internazionale. Al minuto 117 il perugino Ahn ci costringe a prenotare il volo per Roma in anticipo sul previsto; la dura legge del Golden
Gol.
Quella che sulla carta doveva essere una gara a senso unico (indipendentemente dal fatto che fossero gli organizzatori) si è tenta di toni tragici, ai limiti dell'assurdo.
Verrebbe da dire "è il bello di questo sport" si. Dovrebbe essere così.
Indipendentemente dalle polemiche, dalle critiche all'arbitro, ai presunti favoritismi alla Corea, quell'edizione fu amara da digerire e non solo per quello che avvenne a Daejon, ma anche per le prestazioni della nostra nazionale, una formazione in principio fra le favorite per storia e uomini, arrivata in Asia con uno spirito difficile da definire, forse per paura di
denigrarci troppo.
Credo che oggi la rabbia sia stata dimenticata, dopo la notte di Berlino, ma l'umiliazione no. Quella no: e che rimanga come monito.




