Mondiali 2010: un'Italia che non sento mia
E così eccoci ancora una volta alle porte dei Mondiali, il torneo di calcio per cui tutto il mondo si ferma e di cui tutto il mondo discute e discuterà davanti a un caffè, una birra, un televisore, in coda al supermercato, insomma ovunque. Come un 29 Febbraio lungo trenta giorni, per questo mese ci riscopriremo magicamente italiani, anche se fino al giorno prima del nostro Paese ce n'è fregato zero, al massimo zero virgola, per tre anni e cinque mesi. Ma in quel Giugno Mundial, bisogna tifare la Nazionale, ricordandoci del nostro amore di Paese come per incanto, così. E chi non lo fa, dagli all'untore.
Amo e seguo il calcio da sempre, sin da quando sopra alla mia culla sventolavano le sciarpe rossoblù della mia squadra del cuore, il Genoa, croce (tanta) e delizia (meno) dei miei 25 anni. Ma come si dice, è amore. E non vi è ragione che possa comandarlo. Poi c'è la Nazionale, e come fai a non tifare la Nazionale? Proverò a spiegarlo.
Ho giocato al calcio per vent'anni circa. Mi diverte guardare il calcio come un'osservatore neutrale, e mi colpiscono i personaggi che lo caratterizzano. In positivo e in negativo. Come si guarda un film, e i suoi attori come simil-eroi mitologici. Le gesta di Roberto Baggio, USA '94 il primo mondiale che io ricordi, hanno segnato me e la mia generazione, che forse è stata l'ultima a vivere questo sport come una favola, sebbene senza happy end, ma con le lacrime del Codino alla fine dell'epopea. Con un sapore di antico che, forse per presunzione (e me ne scuso) credo che difetti alle generazioni successive alla mia, quelle socializzate al calciatore che si accoppia alla velina, quelli che come direbbe Pezzali “gli anni d'oro del Grande Real” sono quelli del portafoglio senza fondo dei galacticos.
Che c'entra la Nazionale in questo? C'entra. Perchè io, la Nazionale dei Lippi e dei Cannavaro, scusate, non la sento mia. Non mi piaceva quattro anni fa, non sono saltato sul carro del vincitore solo perché ha vinto; e non mi piace ora, e non salterò di nuovo, se vincesse. Forse sono uno dei pochi italiani che quattro anni fa non era in piazza a cantare po-po-po (e mica per anticonformismo o snobismo). Scusate, è più forte di me: non solletica la mia pancia né il mio cuore. Non mi infiamma d'emozione. Non mi coinvolge. Cosa ci posso fare? E sono tutto il contrario dell'anti-italiano: l'inno lo so a memoria. E non mi sognerei mai di pronunciare la parola “ladrona” dopo “Roma” durante l'esecuzione. Né lo sostituirei con “La Gatta” di Gino Paoli (ma questa è un'altra storia).
Seguirò le partite, guarderò il bel calcio, mi infiammerò per la tattica e per i colpi di classe dei campioni che giocano, come ho sempre fatto: ma chiedo scusa sin d'ora, l'Italia non mi creerà emozioni diverse dall'Olanda o la Danimarca. Perché “io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Perché mi dà fastidio vedere persone che si sentono italiane solo per un mese ogni quattro anni. Forse, e dico forse, guarderò con occhio diverso Inghilterra e Argentina: perché mi colpisce e mi affascina Sir Fabio e la sua impresa impossibile. E perché nell'Argentina c'è quel Principe che proprio non riesco a non amare. Ah, il cuore: comanda sempre lui. Buon Mondiale a tutti.




