Il ritorno del principe - Roberto Scarpinato
Ci si “romperà la testa”, per riprendere le parole di Sciascia ne “Il giorno della civetta”. Il sostituto procuratore di Palermo andrà avanti con le sue inchieste, dopo quella che ha accertato rapporti di Andreotti (sì, il pluripresidente del consiglio...) con mafiosi fino al 1980.
Ma intanto Scarpinato ci regala una narrazione profonda, intensa, sentita e a tratti rabbiosa.
Il “Principe” è, da secoli, un settore della classe dirigente italiana disposto a tutto pur di tenere saldo nelle proprie mani lo scettro del potere. E in Sicilia ha trovato appoggio nella mafia militare, quella “della coppola e della lupara”. Ma i capi di Cosa Nostra, quelli veri, sono ingegneri, medici e avvocati, non pastori analfabeti; e se li immaginiamo come villani incolti è perché è stata imposta una visione culturale distorta del fenomeno mafioso.
Scarpinato ripercorre la storia italiana dall'unità ad oggi per evidenziare come i “colletti bianchi” non vengano mai toccati dalle indagini, protetti da una rete trasversale di appoggi. Sotto Crispi e Giolitti il sistema clientelare che si poggiava anche sul notabilato di “alta mafia” faceva comodo, come evidenziato a gennaio anche dalla fiction sullo scandalo della banca romana trasmessa dalla Rai. Nemmeno il prefetto Mori, sotto il fascismo, riuscì a sconfiggere la mafia. Quando iniziò a ficcare il naso tra gerarchi fascisti collusi fu bloccato. E con la Repubblica le cose non sono cambiate: negli anni '70 la collusione ha sporcato anche alcuni membri del PCI, partito in prima linea nella lotta alla mafia nei primi anni del dopoguerra.
Il crollo del muro di Berlino ha aperto nuovi mercati per la malavita, sempre a caccia di nuovi affari, ma comunque sempre attenta a controllare il territorio.
Questo, in un vergognoso sunto, il saggio. Leggerlo è il primo antidoto per non assuefarsi...



