Meno di Zero - Bret Easton EllisRicchi, enormemente per la loro giovane età, belli, biondi e apparentemente viziati, ma in realtà abbandonati a se’ stessi da genitori assenti o del tutto inesistenti: sono i giovani che popolano il notevole romanzo d’esordio dello scrittore Bret Easton Ellis, consegnato come tesi di laurea a 22 anni e poi pubblicato con discreto successo.

Nonostante le 200 paginette scarse non è un romanzo facile, è redatto con il tono impersonale e asettico, ed episodico come un diario, con cui il protagonista nonché principale focalizzatore degli eventi descrive con catatonica passività il susseguirsi di feste e serate a base di droghe, pesanti e leggere, alcool, discorsi vuoti e vacui, sessualità fugaci e asettiche, rapporti superficiali e indefiniti.

E’ la Los Angeles del cinema, dell’edonismo, della prima “Mtv generation”, dove tutto, ma proprio tutto, dall’abbigliamento al sesso, è superficiale e patinato, e contraddistindo dalla mancanza di una anche minima moralità, dove quello che conta è eccedere, ricercare sensazioni e vendersi, fisicamente e non.

È un romanzo, quello di Ellis, in cui forma e contenuto coincidono alla perfezione, perché il tono volutamente fiacco e neutro del racconto fa da specchio della passività del protagonista e dell’opaca mancanza di contenuti del suo stile di vita. Il paradosso è che nel mondo del cinema, dove tutti sognano di fare gli attori, questi ragazzi sono passivi, nemmeno capaci di recitare la loro stessa vita, anestetizzati dalle droghe legali – ansiolitici, antidepressivi, ecc -, e definitivamente “finiti” da quelle illegali, come l’eroia che scorre a fiumi.

Il protagonista, Clay, è un occhio neutro che riflette gli eventi narrati, ma in realtà c’è ben poco da narrare perché il romanzo è quasi la fotografia di una situazione statica e immutabile, eccezion fatta per la discesa negli inferi finale. Clay è incapace di reagire, di imporsi, si fa trascinare dagli eventi, stordito dalle droghe, accetta tutto senza il minimo senso critico: ma dalla scrittura emerge come osmoticamente il suo forte disagio, la mancanza di qualsivoglia stimolo, interesse o passione autentica che possa dargli una vera ragione di vita, come emerge nel simbolico dialogo finale tra lui e la fidanzata Blair. Se si è giovani e con un’età simile a quella dei protagonisti del libro si potrà da un lato essere attratti dallo stile di vita eccessivo e edonico ivi narrato, ma solo verso le pagine finali ci si renderà conto del vero male di vivere che si nasconde dietro tanta agiatezza economica, alla quale fa da contraltare una grande povertà morale.



“Meno di zero” è un romanzo che descrive magnificamente il vuoto esistenziale di una generazione intera, quella dei “figli delle stelle”, incapaci di amare, di provare sentimenti, di distinguere tra giusto e sbagliato, impossibilitati a vivere senza la coscienza alterata da tutte le sostanze possibili e immaginabili, legali e non. Eppure il romanzo di Ellis riesce anche ad emozionare, sottilmente e delicatamente, con i corsivi in cui Clay ricorda il suo passato prossimo, che emergono come lampi nel buio, come rari momenti di vera coscienza tra un trip e l’altro. Siamo dalle parti di Traispotting. Un esordio folgorante.



Cos’è importante per te, Clay? Cosa ti rende felice?
– Niente. Niente mi rende felice. Niente mi interessa, – le dico.
– Ti è mai importato qualcosa di me, Clay? – ripete.
– No, e di nessun altro, e di nient’altro. Non voglio attaccarmi a niente, soffrirei troppo, dovrei preoccuparmi anche di quello. Si soffre meno, se si è distaccati.


Francesco Pognante