Zero Focus - Inudo Isshin
Ritorna l'appuntamento con il cinema orientale grazie a Giorgio Placereani. In esclusiva per Paper Street Zero Focus, che sarà presentato al prossimo Far East Film Festival di Udine.
Sono di una certa diffusione, nella nostra epoca manierista, quei film (affascinanti) che potremmo chiamare true fakes. Ovvero quei film che riproducono il cinema di un'epoca passata, non solo dal punto di vista dello svolgimento ma anche nelle forme linguistiche del tempo, ponendosi in una specie di intersezione fra la contemporaneità (che è ineludibile) e la sensazione dell'imitazione. Nessuno penserà che siano stati girati in quel periodo - ma essi lo connoteranno immediatamente agli occhi dello spettatore. Un buon esempio è Intrigo a Berlino di Soderbergh, ma il film che si avvicina di più al nostro argomento è la raffinata rielaborazione sirkiana Lontano dal Paradiso di Todd Haynes.
In Zero Focus - ambientato nel 1957 - del maestro giapponese Inudo Isshin, il riferimento è Hitchcock, naturalmente. Non semplicemente come atmosfere, soluzioni narrative, persino spazi (la scogliera!), ma come linguaggio: le scansioni, gli attacchi, perfino il commento musicale sono puro Hitch. In questo senso il regista fa esattamente la stessa operazione di Brian De Palma nel cinema americano, per esempio in Obsession; e anche di più, marcando il riferimento hitchcockiano anche nei colori saturi, che sono un bellissimo rifacimento del colore anni '50.
Questo tuttavia non va inteso come un semplice esercizio di stile. Tratto dal romanzo omonimo di Matsumoto Seicho già portato sullo schermo nel 1961, Zero Focus è un thriller che si allarga a un ritratto d'epoca. Le brevi ma intense evocazioni del passato, della guerra e del dopoguerra (l'ambiente della prostituzione delle pan pan girls), innestano una carica di angoscia che si proietta sulla peripezia individuale della protagonista - il cui marito è inesplicabilmente scomparso in una cittadina durante un viaggio d'affari, e la ricerca del quale porterà allo scoperto un grumo di segreti indicibili. Come in Obsession, al di là dello specifico plot e del singolo assassino, è il peso del “passato che urla” a determinare l'angoscia. E' il peso nascosto e irrevocabile del passato a dare a Zero Focus il suo tono da incubo. Ed è, questa, la miglior lezione del noir (Out of the Past è il titolo originale del film di Tourneur del 1947 che in italiano ha un altro bel titolo noir, Le catene della colpa). Al di là della perizia dell'ambientazione, peraltro, il film non funzionerebbe così bene se non potesse contare su un gruppo di interpreti eccellenti. Ottima la protagonista Hirosue Ryoko, come del resto Kimura Tae - ma a rubare la scena a tutti è Nakatani Miki, come magnifica e dolorosa dark lady.



