E morì con un felafel in mano - Richard LowenstenDanny: “20 e passa anni, senza soldi, senza lavoro, senza un cazzo di prospettiva” è un inquilino della “casa n. 47”, schiavo degli eventi, vagabonda nell’ Australia del 2000 tra conoscenze vecchie e nuove, convivenze improbabili e vicissitudini finanziarie. Trama, sì ridotta all’ osso, che non riesce a rendere giustizia al film; questo infatti affronta una vastissima gamma di tematiche (dall’Amicizia alla Morte) in maniera colorita e decisamente originale, vista da una schiera di Giovani non-più-giovani sballottati tra affitti da pagare, droghe, polizia e Naziskin a passeggio.

Lavoro piuttosto soddisfacente per il cineasta australiano che rielabora in chiave cinematografica l’ omonimo romanzo di John Birmingam, senza mai eccedere in interventi pacchiani o superficiali, ma che, anzi, mostra semplicemente in un quadro domestico i personaggi (che, tra l’ altro, sembrano usciti freschi freschi, dal set di un film dei fratelli Cohen) incorniciandoli in quantomeno indefiniti contesti. Lascia piacevolmente sorpresi la prestazione di Noah Taylor (non a caso, convocato da Tim Burton per “La fabbrica di cioccolato”) nei panni del protagonista, ora disperato ora arreso, Daniel, presente in quasi tutti i fotogrammi della pellicola, fulcro di una sottile ragnatela psicologica che unisce e relaziona tutti i personaggi. Geniali i dialoghi, buono il montaggio, qualche pecca sulla fotografia (forse troppo poco incisiva).

Segnalo, dulcis in fundo, la colonna sonora, eterogenea e fondamentale che commenta, sempre ironicamente, con brani che vanno da “La dolce vita” di Nino Rota a “California Dreamin’” dei Mamas & Papas.
P.S. La storia inizia con un uomo che colpisce una rana con una mazza da golf, nel suo giardino e la spiaccica sul tetto, ma con un titolo così, ci si può aspettare anche di questo...


Federico Braconi