Solo per giustizia - Raffaele Cantone Una recensione un po’ insolita per paperstreet; un libro che non è considerabile solo in chiave “artistica” ma sociale: “Solo per giustizia”. Raffaele Cantone termina, dopo sette anni, la propria esperienza alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e ci consegna una testimonianza viva e sentita di ciò che significano diritto e legalità per un magistrato anti-camorra.

Il suo racconto parte dal giorno di congedo: il magistrato napoletano ha deciso di porre fine alla propria esperienza investigativa contro l’organizzazione mafiosa e deve liberare da numerosissimi fascicoli quello che per sette anni è stato il suo ufficio. Da questo pretesto si sviluppa un lunghissimo ricordo (durato più di 300 pagine) volto a rievocare i momenti più significativi della sua vita, della sua carriera da magistrato e del suo lavoro antimafia.
Cantone, nato nel ’63 a Giugliano (paese in cui i morti si “contavano quotidianamente”, come l’autore stesso ammette), si laurea con il massimo dei voti in Giurisprudenza avendo come desiderio quello di diventare avvocato penalista. Iniziato il praticantato, comincia a ragionare sul problema morale che può sorgere per un avvocato in terra di camorra: difendere affiliati all’organizzazione mafiosa; decide allora di lasciare l’avvocatura e di partecipare ai numerosi concorsi della pubblica amministrazione. Dei tanti che vince, sceglie quello per la magistratura. Inizia per lui un periodo alla cosiddetta “procurina” di Napoli, dalla quale si sposterà, nel 1999, con destinazione dda.

Iniziano i sette anni sui quali si focalizza il racconto. Cantone ci regala aneddoti in materia di arresti, processi, pentiti e arringhe giudiziarie; riporta, con un linguaggio adatto anche a persone a digiuno di diritto, le vicende che lo hanno segnato professionalmente durante il suo incarico da pubblico ministero alla dda. Racconta con mirabile capacità di sintesi tutta la storia che sta dietro ai processi Spartacus I e II, quelli descritti anche da Roberto Saviano (peraltro suo amico) nel best-seller “Gomorra”. Dopo la guerra intestina alla camorra tra Cutolo e Bidognetti, quest’ultimo, uscito vincitore, è stato assassinato in Brasile da Mario Iovine, arrivato a sua volta al vertice dell’organizzazione malavitosa. Questi era affiancato da Francesco “Sandokan” Schiavone, Francesco Bidognetti detto “Cicciott’ ‘e mezzanotte” e Vincenzo De Falco, detto “o fuggiasc”. Eliminati nel 1991 Iovine e De Falco, capi dei casalesi sono stati Bidognetti e Schiavone, fino ai loro arresti, avvenuti rispettivamente nel 1993 e 1998. Cantone si è occupato anche dell’inchiesta relativa a Michele Zagaria, che ha preso le redini del clan dopo l’arresto di Sandokan e Cicciott’ ‘e mezzanotte.

I fratelli di Zagaria sono stati arrestati, ma il boss è ancora latitante. Dal loro arresto è emersa, all’interno dell’organizzazione malavitosa, la presenza di trait d’union tra illegalità e mondo “pulito”, già riscontrata nell’inchiesta Spartacus II. I proventi dell’attività malavitosa venivano reinvestiti in attività lecite nel Nord Italia e persino all’estero. Il clan La Torre aveva agganci in Olanda e in Scozia, i casalesi a Parma e a Milano. Occorre fare una considerazione personale, allargare il discorso e analizzare un dato: l’allargarsi dell’orbita mafiosa può toccare anche noi onestissimi cittadini del Nord. Quando in futuro avremo legami d’affari con persone sconosciute forse è bene se ci poniamo interrogativi in merito all’identità del nostro partner economico e alla provenienza dei suoi capitali. Diverse persone impegnate nel sensibilizzare la cittadinanza fanno notare come ormai il mafioso non abbia più la coppola in testa e il fucile in mano, o, almeno, non solo. Il mafioso è accompagnato da persone esperte di economia, insospettabili figure in giacca e cravatta che investono soldi sporchi. E noi privati cittadini, per combattere in minima parte il fenomeno mafioso, possiamo iniziare a diffidare di questi colletti bianchi.

Tra i tanti spunti che il libro ci offre, ricordo con piacere il racconto che Cantone fa di un suo intervento in una scuola elementare nel napoletano. Annota come i magistrati si dividano in due “categorie”: quelli che confinano il lavoro in ufficio e ritengono negativi e controproducenti discorsi pubblici e interviste ai mass media, e quelli che, invece, affiancano al lavoro investigativo interventi in iniziative per sensibilizzare la cittadinanza e apparizioni in talk show televisivi. Ovviamente Cantone appartiene a questa seconda categoria. L’autore racconta che la scuola in cui era andato a tenere un discorso era frequentata anche dal figlio di un boss locale. Il magistrato, nel breve intervento, aveva cercato di sensibilizzare gli alunni facendo loro presente che spesso entrare nel circolo malavitoso non equivale a diventare un “pesce grosso”, un boss. Nella maggior parte dei casi, gli affiliati sono pura carne da macello, gente che viene sì “rispettata” da ossequiosi cittadini impauriti, ma rimane pur sempre l’ultima ruota del carro, la parte del clan destinata a sacrificarsi nelle guerre di camorra. Questi camorristi di basso rango annusano il potere, ma non lo respirano a pieni polmoni. Vivono nell’illusione di poter assumere un giorno una posizione di rilievo maggiore, ma, più spesso, non arrivano ad accumulare “l’anzianità” necessaria. Finiscono anzitempo i loro giorni: in galera o, peggio, all’obitorio. Come il pm aveva iniziato a parlare il figlio del boss era uscito dall’aula magna, in segno di sprezzo.

Il libro ci riporta anche aspetti più privati, come il rapporto di Cantone con superiori (nel tempo: Cafiero de Raho, Cordova e Lepore) e colleghi. Il tempo massimo di permanenza alla dda concesso a un magistrato è di otto anni. Cantone ha deciso di cambiare lavoro (e passare al Massimario della Cassazione, a Roma) un anno prima. Come mai? Per timore? Ammette di aver avuto più volte paura, ad esempio dopo essere stato seguito allo stadio (Cantone e, in specie, suo figlio sono tifosi del Napoli) da alcuni camorristi sebbene fosse scortato o quando, mentre faceva due passi per buttare l’immondizia, una macchina a fari spenti gli si era presentata davanti; ma l’autista voleva solo buttare la spazzatura senza scendere dall’auto, per fortuna. Ciò che ha maggiormente influito sul suo trasferimento è l’aver constatato che è venuto meno il clima sereno all’interno della dda; in gran parte, a detta di Cantone, ciò è dovuto a una sua personalizzazione del processo, sebbene non cercata. Cantone aveva capito di essere diventato scomodo persino all’interno della squadra di magistrati e ha deciso di defilarsi.

Altro aspetto privato trattato è quello relativo a moglie, figli e scorta. Il titolo stesso del libro racchiude in sé una duplice lettura. “solo” è interpretabile come avverbio, quindi come “solamente”: Cantone svolge la propria professione con senso del dovere soltanto per voglia di “diritto”, non certo perché si sente investito da una missione. Ma, ovviamente, non si può non leggere come aggettivo. Cantone svolge un lavoro in cui si deve stare da soli (per documentarsi, leggere e scrivere, etc) e in cui la vicinanza di altre persone può risultare pericolosa. In ogni suo spostamento (o quasi) è accompagnato dalla pattuglia della scorta. Sua moglie e i loro figli vivono da anni anch’essi sotto scorta. La camorra potrebbe colpirlo da un momento all’altro; più volte si è sparsa voce su un tentativo di attentare alla sua vita, sebbene in altre occasioni i malavitosi (ad esempio Zagaria) gli abbiano fatto sapere che non intendono colpire uomini dello Stato.
Il libro è piacevole è interessante. Ci aiuta a entrare nella mente di uno che ha deciso di combattere la camorra, senza voler abbassare il capo e abituarsi a considerare il fenomeno mafioso come eterno; di uno che non ha voluto tollerare la necessità di allontanarsi dalla propria terra di origine per non convivere con la camorra. È una lettura facile, sì, ma che ci permette di allargare i nostri orizzonti e di riflettere con le mente indirizzata in una nuova ottica.

Per concludere mi piacerebbe citare Giovanni Falcone, incontrato peraltro da un giovane Cantone: “La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inerti cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni".


Egidio Greco