La rivincita di Capablanca - Fabio StassiOgni giocatore di scacchi che si rispetti ha i suoi aneddoti sull’ego e sulle psicosi degli altri giocatori. Da Steinitz che diceva di giocare contro Dio lasciandogli il vantaggio di un pedone a Morphy, che si ritirò all’età di ventidue anni e finì i suoi giorni in un manicomio affetto da nevrosi, il mondo degli scacchi è ricco di personaggi eccentrici e dotati di un ego enorme.

José Raul Capablanca, il protagonista di questo romanzo ed uno dei migliori giocatori di scacchi che si ricordino, per esempio non sapeva perdere. Non solo perché lo paragonavano ad un robot impossibile da battere, ma perché se la prendeva terribilmente se succedeva. Per lui, come per tantissimi altri campioni della scacchiera, gli scacchi erano un’ossessione.

Nato all’Avana da una famiglia di notevole livello sociale, Capablanca imparò le mosse degli scacchi osservando il padre all’età di cinque anni. Considerato il Casanova degli scacchi, quando perdeva clamorosamente si mormorava che avesse gozzovigliato con troppe donne la sera prima. Come per gli scacchi, anche con le donne perdeva l’interesse dopo averle conquistate. Fu campione del mondo nel 1921 ma venne detronizzato dal russo Aljechin nel 1927. Tra i due nacque una rivalità diventata leggenda, tanto forte che Aljechin riuscì ad impedire a lungo a Capablanca di sfidarlo in tornei ufficiali. Stassi impronta il suo libro proprio su questo desiderio di rivincita di Capablanca e chissà che il finale, mescolando biografia e fiction, non ci regali proprio questa rivincita del cubano sul collaborazionista, apertamente razzista e fortemente antipatico Aljechin.

Il libro è una biografia romanzata del grande campione che ospita anche aneddoti della cui veridicità non si può essere certi, per esempio alcune partite giocate da Capablanca contro Josif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin. Formato da 64 piccoli capitoli, lo stesso numero delle caselle degli scacchi, “La Rivincita di Capablanca” non è il primo romanzo italiano a parlare dell’affascinante mondo degli scacchi (c’è stato, ad esempio, l’ottimo “La Variante di Lüneburg” di Paolo Maurensig), né il primo incentrato sullo sport; lo stesso Stassi ha scritto tra l’altro “E’ finito il nostro carnevale”, storia dell’uomo che rubò la Coppa Rimet. Si tratta tuttavia di un libro delizioso, che si legge in un soffio e che sicuramente avrebbe meritato più attenzione.

Se le eccentricità dei grandi scacchisti della storia vi affascinano, consiglio anche “La psicologia del giocatore di scacchi” di Reuben Fine, che fu a sua volta uno dei massimi giocatori di scacchi negli anni quaranta.


Stefania Basset