Io torno, per ora
Colpi di tosse, secchi. Apro un occhio, poi l’altro. E’ successo un’altra volta: la bronchite di mia madre mi ha svegliato ed è un’efficiente sostituivo della sveglia. Se solo non “suonasse” sempre verso le 6. Da piccolo avevo il sonno pesante, nulla mi svegliava…ora basta un colpo di tosse un po’ più forte ed è garantito che non dormirò più: non ci provo neanche stavolta e, siccome non mi piace crogiolarmi nel letto quando so che poi devo andare a scuola, tanto vale alzarsi. Gironzolo per casa: l’omone del latte parcheggia il suo luridissimo furgone proprio sotto la mia finestra. Parla come se fosse mezzogiorno. Non so perché ma mi piace sempre spiarlo quando mi sveglio prima. Omone fulvo, sui trenta, decisamente una vita di merda. Almeno penso: tutte le mattine sveglia ad ore improponibili e staffetta del latte. Intanto dai doppi vetri lo vedo chiudere lo sportello: saluta il commerciante di turno, rimonta sul suo camioncino e fa lo slalom tra le panchine di Piazza Marconi per andare alla successiva meta. E’ sparito e mi ha già caricato la mattina di tristezza. Mi vedo anche io. Colpi di tosse, sempre più fastidiosi. Dicevo mi vedo su un furgone pieno di cartoni di latte che, infreddolito e addormentato, ricevo i saluti del commerciante di turno: “Ciao Lucio! Ci vediamo domani, buona giornata”. Buona giornata un cazzo. Io non lo voglio fare quel lavoro. Mi dirigo verso il bagno e ho come spettro quel ragazzone coi capelli rossi. Passo dal salotto: il cane si è svegliato…probabilmente anche lui non regge le mitragliate formato tosse di mia mamma. Passo in cucina: il cane sta iniziando a seguirmi per tutta la casa. Odio quando mi sta incollato come un’ombra quindi lo intimorisco con un calcetto e continuo verso la meta agognata. Mentre sono al bagno che mi guardo i capelli e faccio scorrere l’acqua sento un altro rumore esterno. E’ un’apecar, ormai mi sono specializzato nei rumori mattutini: dopo l’omone del latte, arriva lo spazzino. Finita la toilette mi riavvicino alla finestra: nella sua tuta arancione spazza estathè verso la paletta. Passa un tipo e lo saluta. Chissà quante piazze, vie, aiuole avrà già spazzato… Chiudo gli occhi e mi vedo, anche in quelle vesti: sto da Dio con la tuta dell’Amiu. Un conoscente mi saluta mentre passa in bici: “Sempre più freddo vero?”. Freddo un cazzo. Neanche questo lavoro vorrei mai fare…troppo pesante, troppo poco gratificante. E la tristezza aumenta perché penso che magari quel tipo pelato sotto casa mia aveva fatto lo stesso ragionamento trent’anni fa; ma poi magari si era perso negli studi, aveva cazzeggiato, anno dopo anno, ed eccolo lì. Mi viene anche un po’ d’ansia. Però con la tuta arancione stavo davvero bene. Non mangio mai al mattino e non ditemi che è sbagliato non fare colazione perché lo so bene. Mi vesto, sono quasi le sette e ho già avuto due attacchi di depressione. Altri colpi di tosse. Anche mia mamma si è svegliata. Mugugna un saluto, rispondo con un mugugno. Faccio passare il televideo: neonato incendiato nel forno 101 – borsa in rosso 102 – crisi in casa Roma 103…Digito ovviamente 103. Solite cose: Totti fa l’arrogante, Sensi spara cazzate…guardo l’inizio di quei programmi mattutini orribili, quindi spengo. Posso iniziare a scendere le scale verso la magnificenza dell’edificio scolastico.
Visto che è di rito una minima introduzione generale tipo chi sono, dove e come vivo e tutte quelle ritualità, eccovi il quadretto. Il più delle persone che hanno a che fare con me, siano amici, compagni di scuola o ragazze con cui ho flirtato, mi definisce simpatico e, talvolta, capace di ascoltare e consigliare. I pregi sono terminati qui perché per il resto vengo dipinto come uno stronzo, a volte ambiguo, che tratta male le ragazze, e beve troppo. Sono nato il 26 settembre del 1987 in una delle città più grevi d’Italia, dove, parafrasando un mio professore, la gente si incontra per disperazione. La città è Alessandria: 90mila abitanti e locali che si contano sulle dita di due mani, massimo tre (intendo le mani). A zonzo per le vie del centro compagnie di giovani sbattutissimi che si schiaffano da una panchina allo sgabello di un pub…E’ anche per questo motivo che non vedo l’ora di lasciare questo agglomerato di noia e, alle compagnie di ragazzi più piccoli che riescono a divertirsi ancora nella nostra città, dico di non preoccuparsi: basterà far passare qualche anno e la voglia di scappare travolgerà anche voi…E’ inevitabile, vista la mia età, parlare di quella che, sulla carta d’identità, è segnata come la mia professione: studente. Me la sono sempre cavata furbescamente nei troppi anni passati nelle scuole: alle elementari non facevo quasi nulla se non giocare. Copiavo spesso e volentieri, e gigioneggiando, dandomi l’aria dell’alunno interessato, anno dopo anno, sono arrivato ad affrontare il primo esame privo di ansie e angosce. Mi ricordo solo il tema delle prove: avevo scritto due fogli protocollo su Casanova. Uscii con Ottimo, come quasi tutta la mia classe, e tolti gli schiaffoni che prendevo dalla maestra ho un bel ricordo di quei cinque anni. Anche alle medie me la cavai con la mia solenne faccia da culo: i professori, in gran parte, mi vedevano come un ragazzo interessato, creativo, estroso, vivace ma coretto. E invece ero scorrettissimo: studiavo poco più che alle elementari, facevo casino, copiavo in qualunque modo e, tolta matematica, prendevo Buono & Distinto a gogò…qualche volta anche Ottimo. Per l’esame preparai una serie di ricerchine superficiali: nell’orale invece puntai ad un eloquio forbito. I professori se la bevvero e uscii con Distinto. Per l’impegno con cui affrontai il triennio avrei meritato un sufficiente stiracchiato. A questo punto segue la scelta delle superiori: io sarei voluto andare alle Magistrali ma mia madre mi indirizzò verso una scelta di cui mi pento ogni giorno: Liceo Classico. Anche al ginnasio provai a cavicchiarmela ma mi andò peggio e, in quarta ginnasio, dovetti faticare solo per evitare la bocciatura. In quinta però la voglia di faticare era già finita e alla metà dell’anno il mio rapporto con l’insegnante di italiano, greco, latino, storia e geografia si logorò viste certe mie compagnie (per lei negative) e la mia strafottenza nei suoi riguardi. Cercò di bocciarmi in ogni modo ma non ce la fece e ancora oggi mi ricorda in termini decisamente non cordiali. Ora che sono al liceo le mie medie, in generale, si sono un po’ alzate ma studio sempre poco e in modo discontinuo e credo che i miei professori ne siano pienamente coscienti. Non so come andrà la mia maturità ma ovviamente uscirò con un votino tenendo anche conto del comportamento stile Bart Simpson, che ho tenuto più di una volta. Se però alle elementari e alle medie non mi feci mai beccare al liceo sono stato più sfortunato, meno abile e la mia condotta, fino ad allora immacolata, ne ha risentito.
Percorro i cento metri che mi collegano al cortile dove tengo lo scooter e lo vedo. E’ uno scooter normalissimo ma è la prima visione piacevole della mia giornata: grigio metallizzato con i suoi 2000 km e la voglia di partire. Il mio caro James (in onore di Dean ovviamente), lui si che non ha mai dato un colpo di tosse: è sempre partito al primo colpo e mi ha lasciato a piedi solo una volta, mi ero dimenticato di fare benzina. So che è patetico avere un rapporto del genere con un mezzo di locomozione ma per me è così:. è solo un cinquanta ma mi dà soddisfazioni, lo guardo dopo averlo parcheggiato e vado verso le mie compagne appostate davanti a scuola. Vanessa o Erika, dipende dalla volta, mi chiedono se ho dietro le chiavi: effettivamente non le ho, come ogni mattina. Le ho lasciate nella serratura del sottosella. Torno indietro come un cretino, le prelevo, quindi mi immergo nei corridoi della sapienza liceale. Le ore scorrono lentamente, sono terribilmente annoiato. Coscia sta dormendo davanti a me, Veronica disegna qualcosa, Asja legge un rotocalco. Io guardo i minuti nell’orologio del telefono scorrere. Vado al bagno. Torno, altri minuti. Messaggio, coloro qualcosa anch’io…Suona l’intervallo, solite cazzate in corridoio e mentre salgo le scale mi sento “svuotato” perché sono anni che sono a scuola: sto per diventare maggiorenne e ho iniziato a sei. Ridicolo. Allora, mentre cammino per il corridoio, fantastico e penso alla cultura che mi sarei potuto fare viaggiando con un immaginario “tutor-scolastico” anziché essere stato qui: durante l’asilo itinerario per Italia. Prima elementare a zonzo per le tappe fondamentali di Germania e Francia. Seconda: Spagna e Portogallo. Terza: Inghilterra e Irlanda. Quarta: Penisola Scandinava. Quinta: Russia. Prima media: Cina. Seconda media: Giappone. Terza: Stati Uniti. Nel corso del ginnasio: viaggio biennale in Sudamerica e nel triennio liceale corso di rifinitura: si và dove non si è andati. Avrei girato tutto il mondo, avrei conosciuto e imparato più del doppio di quello che mi ha dato la scuola in tutti questi anni. E invece sono qui dalla finestra e mi si spiattella davanti uno scorcio di Piazza Genova: triste, grigia, con quelle sue aiuole spelacchiate. Non posso non intristirmi, di nuovo. Bisognerebbe rivoluzionare e riformare la scuola ma non ritoccando le ore o le materie, bisognerebbe farci viaggiare, metterci vicino persone sapienti che ci istruiscano città dopo città ma senza vederli dietro una cattedra, con tutta quella burocrazia. Tanto se una persona vuole istruirsi o fare il vegetale si comporta allo stesso modo: sia nelle scuole che in giro per il pianeta, con la differenza che, viaggiando così tanto, sarebbe indubbiamente più stimolato! Ma che mi invento? Forse ho esagerato con i sogni, anche oggi. Rientro in classe. Le ultime ore sono sempre le più pesanti. Se poi c’è il professore di storia & filosofia diventano un’agonia: uomo borioso, pignolo, dalla voce esasperante, l’eloquio che farebbe addormentare lo stesso Socrate. Me lo vedo con la sua tunica e i sandali: dopo un quarto d’ora ha la bavetta che gli cola dalla bocca e sonnecchia. Come si fa ad innamorarsi della storia o della filosofia in questa maniera così schematica? Perché il nostro professore appena possibile imbastisce uno dei suoi famigerati “schemini”. Insomma rende statistico, schematico qualcosa di filosofico. E così io penso ad altro e prendo voti bassi a causa della strafottenza con cui mi pongo durante le sue ore. Ma finisce anche la sua ora. Libero. Libero da cosa? Da chi? L’illusione di libertà dura pochi secondi. Cazzeggio di fronte a scuola indi riparto rombando verso la mia casetta. Entro in cucina e capisco che mia madre vuole che gli racconti cosa ho fatto a scuola: oltre a non saperlo perché non ho seguito nulla, tengo a precisare che non vado più alle elementari. Mangio copiosamente per poi trasferirmi in salotto e iniziare la maratona televisiva: Simpson, scorcio del Reality-show di turno, programma trash della DeFilippi. Quindi mi attacco al computer: faccio l’antivirus, monitoro il mio sito, navigo, gioco, spengo. Sono le cinque: mi sdraio per affrontare qualche capitolo del libro di turno. Solitamente leggo almanacchi del calcio, raccolte di poesie, biografie e saggi cinematografici di ogni tipo…verso le sei e mezza sia da solo, che con gli amici, che con le sbarbatelle, esco. Scendendo le scale mi rendo conto che ho le giornate fatte con lo stampino, scrollo le spalle, faccio un paio di e volte su e giù per il misero centro cittadino. So già cosa mi dirà mia madre quando tornerò, chi mi telefonerà, le interrogazioni che mi andranno bene e quelle che, pur studiando, andranno da schifo. E’ tutto pianificato. Aggiungiamoci spiacevoli imprevisti che possono accadere nella vita di tutti i giorni come litigate con amici, due di picche, votacci imprevisti ed eventuali scazzi con professori che magari si tramutano in note sul registro: bleah… Prima di infilare le chiavi nel portone ho guardato il cielo come alla fine di quelle mostruosità cinematografiche di stampo USA: non ho mormorato fra me e me cose come –ti vendicherò Jane, giurò dovesse essere l’ultima cosa che faccio- o –tornerò madre mia, a guerra finita tornerò sano e coperto di gloria- ho semplicemente buttato lì un:
“Si potrebbe avere una svolta?”
Cena, mi cade un bicchiere, bestemmia. Ho sbagliato.
Non credo in Dio, da anni. Da piccolo mia madre mi faceva andare a catechismo il giovedì e la domenica in chiesa. Per degli anni ho creduto davvero che con la preghiera e la devozione le cose sarebbero andate meglio, che Dio mi avrebbe aiutato, giorno dopo giorno. Poi mi sono reso conto che è molto difficile credere ai contenuti biblici…mi sono reso conto di quanto l’uomo, da sempre, si affida alle più diverse divinità solo per non sentirsi solo, solo per non perdere la speranza. Marx diceva che la religione è l’oppio dei popoli e non riesco a trovare citazione più adatta per dichiarare il mio profondo e radicale ateismo. La cosa più assurda è che per questi ipotetici Dei la gente, in tutto il mondo e quotidianamente, si uccide a vicenda; e se in Palestina lo fanno per le strade, anche il Vaticano ha i suoi begli scheletri nell’armadio, oltre a un passato barbarico: eccoli gli eredi della Santa Inquisizione, ridicoli omini vestiti di bianco, di nero, di rosso, che passeggiano per i giardini vaticani con il rosario, il volantino in tasca dell’otto per mille e la voglia di divulgare il loro “oppio”.
Questa digressione era solo per giustificare i quasi giornalieri battibecchi con mammina che, talvolta, scaturiscono in litigate. Ed eccomi, dopo aver sbattuto la porta, un’altra volta, nella mia affezionatissima camera. Eccomi accedere alla mia cartella informatica piena zeppa di MP3. Sono dell’idea che sia in musica che nel cinema si debba sentire e vedere tutto, o per lo meno provarci, visto che è materialmente arduo come compito. Così con la mia connessione adsl scarico a tutto spiano ogni sorta di traccia e poi magari parto da Luca Dirisio arrivo ai Beatles passando per Eminem. Per farti una cultura personale non puoi fare lo schizzinoso, il settoriale. Le scelte verrano dopo, quando avrai sentito ogni sorta di schifezza e di sublimità musicale: allora ti sarai reso conto di quali sono le differenze e ti chiuderai con i tuoi artisti preferiti. Così da Blockbuster: scelgo a muzzo, oppure prendo uno scaffale e in un mese lo passo tutto a setaccio. Ma oggi no. Nonostante abbia fatto poco o nulla per tutta la giornata sono ridotto a un imbalsamato. Via jeans camicia e felpa, spengo la luce grande per dare spazio alla lampadina 40 watt accanto al mio letto. Spengo il computer, tra tremila MP3, nessuno faceva al caso mio. Allora prendo il telecomando dello stereo e apro lo sportello del lettore CD: mi piace un sacco il rumore che fa quando si apre o si chiude. Dopo aver messo dentro un cd parte la prima canzone: è Pink Moon di Nick Drake, album che rispecchia perfettamente i miei ultimi giorni…mi infilo nel letto dopo aver salutato James Dean proprio sopra il cuscino. Con gli occhi semichiusi, faccio passare le locandine dei mie film preferiti e, mentre Nick arpeggia sulla chitarra con quella sua voce soffiata, mi addormento…
E’ sabato…è finalmente sabato. Ma de che? Fino a qualche tempo il sabato era il giorno più bello della settimana e mi vantavo di essere nato proprio nel dì più ludico dei sette. Da un po’ anche il sabato non mi garba più…giro in centro tra le sei e le sette, saluti, saluti, saluti. Un’ora per decidere dove mangiare, il locale sarà quasi certamente quello del sabato prima. E del sabato prima ancora. Cena. Di nuovo schiaffati su una panchina. Se c’è la disponibilità di macchine si va in qualche locale “nuovo” nei sobborghi alessandrini: alè! Se non c’è manco la disponibilità di locomozione eccoci a girolonzare per i soliti pub. Nell’ultimo periodo la compagnia con cui uscivo da tre anni si è frammentata. Ci siamo allontanati, senza un motivo in particolare, e abbiamo dato vita a gruppetti che difficilmente si riconciliano, in particolar modo il sabato sera.
Sono le undici e mezza e dopo il giretto in corso, la cena e la bevutina postuma, le risorse sono finite. Sigaretta, noia, sigaretta. Luca propone di andare a casa, io dico che è troppo presto e mi vergogno con me stesso di tornare ad un’ora così misera…così ci buttiamo in fiumi d’alcol. Questa è una delle possibili situazioni. Anche quando esco con una ragazza la solfa si ripete: il giretto in corso, la cena e poi la bevutina. Qualche bacino. Se ci sono case libere la serate prende prospettive auree…ma invece anche lì la situazione non decolla. Mi sono reso conto che se non mi mancano ne gli amici ne le ragazze e mi annoio sempre e comunque, al contrario di tanti altri che conosco, è perché sono IO che ho qualcosa che no va, che cerco qualcosa di diverso, di nuovo ma che magari non troverò manco in un’altra città…Voglio lasciare situazioni lente e piatte; ma per andare dove? Magari, solo in scala diversa, è dappertutto così. E intanto, all’ennesima pippa mentale, si è fatta mezzanotte. Accompagno Luca allo scooter…Incontriamo Fulvio: sta andando a casa anche lui, evidentemente è una situazione di giubilo non solo per noi. Quattro chiacchiere, ci saluta dopo una birretta on the road. Luca mi dà il bacino della notte, monta in sella e sparisce con il suo 125, direzione quartiere Cristo. Deve essere una gran rottura di palle farsi su e giù ogni volta. Mezzanotte e trentacinque: questa l’ora segnata dall’orologio del palazzo comunale alessandrino. Ci sono tre quadranti: uno segna qualcosa di astronomico ed indecifrabile, quello centrale l’ora, il terzo la data. Ottobelli, in Piazza della Libertà, luogo di maggior incontro giovanile: deserta. Così come tutte le vie del centro, e il corso. Tutto chiuso, sembrano le cinque del mattino. Non ho tutta questa fretta di tornare a casa, così la allungo e decido di fare per l’ultima volta, anche questo sabato, il famigerato corso. Mentre cammino in questa città fantasma decido di non pensare più a nulla: guardo i manichini nei negozi intrappolati in qualche vestitino. Alessandrini? Dove siete? Che fate? Nessuna risposta. Altri passi, arrivo davanti al portone del mio cortile-garage. Mi siedo per terra come un barbone. Guardo per un attimo le luci che illuminano la via centrale della città: sono anti estetiche…Mi alzo e svolto a sinistra in Via Legnano.
Sono giunto.
Chissà a che ora rincasano i miei compagni delle elementari? Chissà se si sono divertiti, stasera, gli amici che avevo alle medie? Non ho più rapporti né con gli uni, né con gli altri. Solo saluti di circostanza. Solo qualche “come va?”…Chissà cosa hanno fatto? Entro in casa e mi chiudo in camera mia. Gesto abituale e ormai scontato. –Lucio parti?- La mia voce interiore ha una smania di protagonismo. La reprimo. –Lucio parti?- Evidentemente non vuole smetterla di stuzzicarmi allora tiro fuori la questione che sono minorenne: non posso partire dall’oggi al domani, anche se avverto che vado via per qualche giorno, se mia madre non mi autorizza, mi trovo sulla testa gli elicotteri dopo mezz’ora –Lucio parti?- E poi non voglio quelle stronzate di volantini appiccicati al muro con la tua faccia (quasi sempre in una foto dove sei rimasto malissimo), la scritta “Scomparso” e mia madre che va in quei programmi scemi a parlare di me. Senza contare che i poliziotti che mi cercano, quando mi sgamano mi aprono un culo assurdo…no: se si parte lo si fa in modo razionale, definitivo, è da vigliacchi andare su un treno, partire, e dopo tre giorni tornare con la coda tra le gambe, i tuoi volantini (mi ossessionano proprio) sparsi per la città e i tuoi compagni che ti gridano: “Scemo-scemo-scemo”. Questo non sarebbe partire, sarebbe scappare, e alla mia età, ripeto, si scappa per troppo poco, si fa ancora la figura dei pirla egocentrici…e io egocentrico lo sono già fin troppo. Sono riuscito a spegnere la mia voce interiore. A volte mi fa dire e fare delle gran cazzate. Mi metto in cuffie, è l’una e mezza ormai. Ascolto Lithium dei Nirvana, poi cambio ed è l’ora di Black Dog dei Led Zeppelin. Mi caricano troppo questi pezzi, al massimo, li posso ascoltare prima di uscire, non ora. Vado su qualcosa di più pacato ma di nuovo Nick Drake vorrebbe dire auto-staffilarsi; cambio e parte la canzone più appropriata per chiudere questo sabato notte: Protection dei Massive Attack. Dura 7 minuti e 51 secondi, finiti questi mi tolgo le cuffie, faccio il metro che mi separa dal letto e crollo. Vestito.
Sogno. Sto facendo un corso di poesia e Jim Morrison mi dice che non valgo un cazzo…io gli dico che non voglio fare il poeta! Lui mi dice che chi non sa far poesia non può fare nient’altro. Incontro la ragazza con cui sono uscito il sabato prima e sostiene di esser stata molto bene con me. Le dico che secondo me bacia bene: lei mi dà del superficiale. E poi parte lo splendore messicano…non so perché sogno sempre il Messico. E’ una specie di mia terra promessa e, nonostante sappia che è molto diversa da come ce la fanno vedere i mass media, la vedo in perfetta armonia con la mia personalità e quindi la sogno. Eccomi lì: quasi desnudo, in una festa di paese messicana, tutto molto folkloristico. Fa piuttosto caldo e in questo paesino dell’entroterra ho appena finito di mangiare e mi sto scatenando nelle danze. Odio le discoteche e i loro canoni. (Quante volte mi è capitato di prostrami di fronte alle ridicole imposizioni discotecare curando il look e altre minchiate analoghe?) Amo le discoteche improvvisate all’aperto: impianto luci modesto e qualche cassa, bambini, vecchi e adulti che ballano senza esser stati tutto il pomeriggio a prepararsi. Non tutti inpiguinati nelle giacche e nelle gonne fighe: liberi di ballare. Però si è fatto tardi: sono le due di notte…domani devo alzarmi presto per pescare, monto sulla camionetta-pickup di un tipo che sta per calare dall’entroterra verso la costa e chiede se serve un passaggio. Sono il quarto a chiederlo e nell’abitacolo del mezzo scassato non ci sto: mi adagio dietro e mentre il trabiccolo parte mi godo lo spettacolo: le casette in mattoni cotti del paesello illuminate ad intermittenza da qualche sfigatissimo impianto luci. I bambini ormai stanno andando a casa, la festa sta per finire e io, con l’aria che mi culla, fumacchiando uno schifosissimo mozzicone, saluto con la mano. Dopo un po’ le luci del paese si spengono definitivamente, si sente solo il rumore del motore, due risate provenienti dall’abitacolo e poi il silenzio. Io e il silenzio. Io e il Messico.
E’ domenica. Io e Luca non abbiamo nessuna voglia di stare in centro. Migriamo verso un luogo uderground e depressivo della città: il lungo-Tanaro. Luca messaggia, io guardo lo schifo di fiume che ci passa accanto e ci minaccia ogni inverno di alluvione. Poi salto sul parapetto che separa il vialetto dal fiume e inizio a camminare e a guardare la mia ombra nell’acqua. Luca mi vede, soffre di vertigini, mi chiede di scendere dopo tre metri. La Roma? E’ da anni che seguo ogni domenica i giallorossi e anche questa volta hanno perso: due pere da una squadra neopromossa in serie A. I Negroni e i Manatthan di ieri sera si stanno facendo sentire: ho delle fitte assurde alla pancia. Luca mi guarda e deciso esplode in una frase fuori luogo che però subito mi piace: “Sai cosa facciamo? Oggi moriamo”. Rifletto. Sono un cacasotto: non riuscirei a suicidarmi e comunque non lo farei mai. Prima devo guardare e vivere in situazioni lontane o per lo meno diverse. Siamo matti solo a pensare a stronzate simili? Luca non risponde, sta già pensando ad altro, probabilmente ha deciso di rimandare ad un altro giorno. Poi penso alle ragazze con cui sono uscito negli ultimi anni: con tante non sarei mai andato da sobrio, avrei potuto evitare tante sgradevoli situazioni, tante delusioni…non c’è una ragazza che non mi abbia deluso, e probabilmente io, in modi diversi, ho deluso tutte loro. Poi penso che la cosa più cazzuta è che non ne ho ancora trovata una capace di scrostarmi dalla mia situazione apatica-patetica-ripetitiva.
Svicoliamo dal lungo-Tanaro e ci avviamo verso il centro. Certo che a questa età si cambia in una maniera incredibile. Sarà l’età della formazione e cose così ma è incredibile rendermi conto che dall’ideologia al modo di vestire tutti noi, il più delle volte, cambiamo radicalmente dall’oggi al domani. Io sono cambiato più di una volta negli ultimi anni ma da un po’ ho incasellato le idee e i pensieri che c’erano e che sono rimasti, i vestiti che avevo e che indosso ancora. Quello sono io. Quelli sono miei. Però, per quanto mi riguarda, i cambiamenti hanno segnato, più che altro, una serie di abbandoni: credevo in Dio e nei dogmi cattolici; ora non credo più e quei dogmi li infrango abitualmente; avevo ideali come la pace e l’uguaglianza; ora non riesco più a rincorrere più queste utopie manco avessi cinquant’anni. Non solo non credo più in tante cose che mi entusiasmavano, ma spesso le sfotto anche. Siamo alle porte del “centro storico” quando decidiamo di rincasare. Sto quasi per sbucare da Via San Giacomo in Piazza Marconi quando una mia conoscente (un tempo amica) mi saluta ed è inevitabile: si fanno quattro chiacchiere; come va, come non va…mi dice che è triste perché si è resa conto che c’è un sacco di gente, anche tra i suoi amici, che sparla di lei abitualmente: il discorso si fa troppo impegnativo e non ne ho proprio voglia, improvviso una scusa, saluto, e vado. Credo ci sia una quantità imbarazzante di persone che, alla prima occasione, mi sparlano dietro…e ci sono stati dei periodi in cui stavo anche male per questo. Ora no, ora non dico più vaffanuculo a tutti gli amici, compagni, conoscenti che parlano male di me: sia che l’accusa sia di essere uno stronzo, un immaturo, un ballista o uno sfigato. Ora non dico più vaffanculo a me stesso che, pur detestando, se capita l’occasione, sparlo dietro alla vittima di turno. Non mando più nessuno affanculo e non faccio neanche ragionamenti in cui ho creduto fino a ieri: tipo che è inevitabile sfuggire alle voci di corridoio, che se sei minimamente conosciuto, la gente ti sparla dietro...no, non troviamo scuse del cazzo: lo sappiamo tutti che in qualunque compagnia, classe, luogo di lavoro, ospizio, la gente si accoltella alle spalle. Voglio smetterla, per una volta, di vedere tutto sotto un’ottica pessimistica che mi pervade da qualche tempo. Basta. Basta. E basta.
Non penso più all’inquinamento, alle guerre inutili, ai luoghi comuni e alle banalità…non penso più all’organizzazione ridicola delle scuole, libero di non credere più in nulla. Libero di piacersi, libero di pensare, di viversi, di sgridarsi. Libero di sperare che se anche il presente non è dei migliori, si può sperare in uno di quei futuri confezionati stile happy-end. Libero di fregarsene di tutti i rimproveri che si ricevono in famiglia, a scuola o da qualche amico più grande. Libero di volare e guardare tutte le cose da un altro punto di vista, dall’alto: guardo tutto e tutti senza essere visto. Volo e penso che ci sono tantissime cose per la quale vale la pena non autoflagellarsi continuamente. E allora, anche se sembra che la negatività sia la predominante nei nostri giorni, nelle nostre città, nelle nostre case, stilo l’elenco delle cose per cui non devo più pormi tutti questi problemi soffocanti e dimenticare, obnubilarmi nel positivo, sciogliermi nei vizi, nel peccato;
girare le spalle al perbenismo e scivolare nel più profondo edonismo:
perché saranno diretti, scritti, composti troppi film, libri e brani che varrà la pena godersi, perché ci sono le poesie musicali di Jim Morrison da ascoltare, perché ci sono troppi dipinti, troppo sculture che vale la pena osservare per ore, perché Andy Warhol ha detto che nel futuro, per un quarto d’ora, saremo tutti famosi, perché devo sforzarmi di visitare e scoprire più luoghi possibili e perché ancora troppe persone mi insulteranno, mi canzoneranno e mi metteranno il bastone tra le ruote: che lo facciano, apertamente o alle spalle non ha importanza, mi faranno più forte, più temprato, più diffidente. Ma anche perché per vivere una giornata indimenticabilmente bella varrà la pena viversi tante giornate squallide e infine perché troveremo persone speciali, ci faremo abbandonare e le riconquisteremo
E ognuno di noi può aggiungere o sostituire questa sfilza di perché con i suoi e dare un senso, darsi un senso. Immaginatevi di dover di colpo andare via e dover scegliere in fretta e furia tra le cose che vi hanno tenuto compagnia, che vi hanno tirato su il morale, che vi hanno fatto, in qualche modo, crescere: i cd, i vestiti, le foto, i film! Scegliete, scartate, selezionate, eliminate, dovete fare in fretta…e se avete le idee chiare, se sapete qual è la vostra compilation ideale, il jeans che abbinereste con tutto, i pochi film che vorreste rivedere a oltranza, siete pronti per partire.
Io le l’ho le idee chiare e aspetto che venga il momento di andarsene;
e mentre aspetto, intanto, mi faccio la mia compilation:
1. Let it be dei Beatles
2. I’ll be watching you dei Police
3. Sorrow dei Pink Floyd
4. Stairway to heaven dei Led Zeppelin
5. Pale blue eyes dei Velvet Underground
6. Anarchy in the U.K. dei Sex Pistols
7. Rape me dei Nirvana
8. Feel di Robbie Williams
9. Hurricane di Bob Dylan
10. Looking in your big brown eyes di Bob Marley
11. Don’t look back in anger degli Oasis
12. The Rock Show dei Blink 182
13. When I Come Around dei Green Day
14. Ogni volta di Vasco Rossi
15. Il giudice di Fabrizio De Andrè
16. Roma, Roma, Roma di Antonello Venditti
17. La leva calcistica del 68 di Francesco De Gregori
18. Anche per te di Lucio Battisti
19. Me la caverò di Max Pezzali
20. The End dei The Doors
Aspetto e intanto sono sicuro che alla mia compilation aggiungerei il dvd di Barry Lyndon perché, per me, è l’esempio di come si dirige un film; ma tra gli scaffali pieni di cassette non abbandono neanche Stand by me (che oltre ad una canzone è un film che mi fa sempre compagnia) e se ci stanno, magari, anche Shining & Radiofreccia. Fodero il fondo dello zaino con la “Mc Farland”, la birra rossa, irlandese, la vera birra. Le foto che ho, per lo più, non mi piacciono e le lascio tutte quante a casa. Poi mi cambio e anche lì seleziono i vestiti più messi, più vissuti.
Eccomi lì, tutto agghindato, carico di ciò che mi piace, carico di qualcosa che non posso rinnegare. Eccomi pronto per prendere lo scooter e andare verso il Villaggio Europa: il quartiere residenziale dove ho trascorso la mia infanzia e dove ho fatto le elementari…una volta attraversata la linea di casette a schiera mi lascio alle spalle la città e mi trovo davanti solo i campi. Il sedere, per via dello sterrato, inizia a farmi male, spengo lo scooter: il silenzio. Di nuovo, proprio come al ritorno dalla festa in Messico… Io e il silenzio. Io e le cose che amo. Solo. Pronto per aspettare quel momento. Mi apro la prima delle birre e la sorseggio: mi stendo per terra, bevo e non penso a nulla… Dopo un po’ tre ragazzi di undici-dodici anni mi passano di fronte in bici e mi guardono incuriositi. Li saluto e loro ricambiano. Mi alzo, appoggio la birra, mi infilo le cuffie e mi metto in piedi sulla sella dello scooter. Faccio scegliere al lettore cd una traccia a caso, capita Don’t look back in anger degli Oasis: mi metto a cantarla a squarciagola in mezzo alla piana e, per la prima volta da quando sono nato, mi sento pervaso da un senso di caparbietà, sicurezza e tranquillità unico. Il che vuol dire solo una cosa:
il momento di andarsene… non è ancora arrivato. Io torno, per ora.



