Dove sei? Non ti vedoLa prima volta che piangi è quando il medico e l’ostetrica ti tirano fuori dalla pancia della donna che ti ha dato la chanche di giocarti la vita.
Eccoti lì.
Sporco di sangue, piangente e completamente nudo. Hai tutto davanti. Non hai ancora detto una bugia, a pensarci non hai ancora detto una parola: e senza parlare è difficile commettere peccati.
Sei pronto per partire, per affrontare tutto: per crescere, dubitare e nuotare.
La mamma ti tiene tra le braccia e piangi.
Non importa se sei nato per amore o per sbaglio.
Non importa se i tuoi genitori sono convinti di ciò che hanno fatto oppure no.
Non te lo diranno mai. Ormai ci sei. Questo conta, ora parti.

Saltiamo le parti noiose.
Chissene frega se la prima parola che hai detto è stata “mamma”, “papà” “pappa” o “pupù”. Saltiamo l’asilo. Un giorno dopo l’altro a spassartela: nascondino, belle statuine, lego e altri duecento passatempo. Hai giocato, hai giocato, hai giocato.
Hai pianto quando ti hanno detto che non esiste babbo natale ma che è il coglione di turno a portarti i regali. Hai pianto quando hai preso il primo schiaffone dai tuoi o da qualche tuo coetaneo.
Hai ascoltato la prima canzone della tua vita, hai visto il primo film e hai letto il primo libro: quelli enormi, di gomma, colorati e con una parola per pagina.
Saltiamo, saltiamo, saltiamo.
Il quinquennio alle elementari…impari a leggere, quindi a scrivere. Le prime gitarelle, le prime cotte delle elementari, i disegni colorati, gli intervalli a giocare in cortile. I primi denti che cadono, i primi denti che spuntano. Le note sul diario: “Lucio fa chiasso durante la lezione”. La mamma che ti sgrida perché hai preso benino e “tu puoi fare molto di più”. Il primo esame: paurissima.
Saltiamo, saltiamo, saltiamo.
Le medie…nuove materie, l’avvento dei professori: oddio sono tantissimi! Bisogna iniziare a dare del lei, si studiano cose che sembrano indecifrabili: educazione tecnica? Cos’è!? Gli intervalli si riducono, le gite diventano viaggi d’istruzione, i bacini sulla guancia diventano limonate, i compagni non ti dicono più le “parolacce” se gli stai antipatico: ti menano.
Arrivano le medie matematiche: sufficiente, buono, distinto in un quadrimestre? Buono in pagella.
Si inizia a uscire al pomeriggio. I capelli con il gel, tenuti su con le puntine.
Si va in bici. Si è ancora spensierati.
Saltiamo, saltiamo, saltiamo.
E poi ci si separa. Tu dove vai? Io al liceo classico. Che sfigato!
Il ginnasio. Greco, latino. Ansia.
Quello l’hanno già bocciato due volte!
Quella andava bene alle medie ma in quinta ginnasio l’hanno seccata: i discorsi che il ginnasio è un filtro del liceo spaventano, terrorizzano. Si iniziano a conoscere aspetti del petting, fino ad allora (per me, dico) sconosciuti. Il petting!? Tutti ne parlavano. “Lucio lo sai che quei due hanno fatto petting insieme?”. Ci ho messo un po’ a capire il concetto di petting. Cos’era petting e cosa non lo era intendo. Ma ovviamente, come tutti, facevo finta di essere informato. Certe mie compagne che, viaggiatissime, l’avevano già fatto e mi raccontavano tutto. E io spaventato, me la facevo sotto. Sono in ritardo con i tempi? O sono giusto? Le prime esperienze, i primi imbarazzi.
Alfa, beta, gamma. L’ottativo, i paradigmi. E poi eccoli lì: i debiti formativi.
Saltiamo saltiamo, saltiamo.
Il liceo. Fisica, chimica, trigonometria…Ore e ore di scuola. Interminabili.
Lo scooter. L’autonomia. La prima volta…I viaggioni del liceo. Le vacanze, d’estate, senza genitori. Torno a casa un po’ quando cazzo mi pare! Allegria, allegria. Sono grande! I test della patente: “La teoria l’ho passata, ora ho paura della pratica!”. Ultimo anno di permanenza nella città che mi ha visto crescere. Parte il conto alla rovescia: com’è l’Università? - “Io faccio Legge, oppure Economia tu?”. La maturità. “Io se arrivo a 70 è già tanto!” – “Io voglio almeno 90!!!”
Saltiamo, saltiamo, saltiamo.
Il mondo universitario: i primi esami, una nuova città, la casa da solo con altri coinquilini tuoi coetanei. Non devo andare fuori corso!!!
Poi buio, amnesia, non so andare avanti. Non ho ancora vissuto.
Allora chiudo gli occhi.

Ho una trentina d’anni, la barba di due o tre giorni. Sono ormai stempiatissimo.
Ho le rughine incipienti sulla fronte. Il fegato castigato dalle duemila sbornie liceali e universitarie. Tutti quei sabati, tutte quelle feste. Ho una ragazza che si chiama Chiara, che mi chiama “Lu” con la sua voce soffiata…
Chiara ha i capelli e gli occhi nerissimi. Un fisico sportivo e ben proporzionato.
I lineamenti leggermente orientali e fa la traduttrice dal francese.
Sono cambiato, non solo fisicamente. Sono diventato tremendamente fedele. Non posso tradire una ragazza (anzi una donna) come lei. Ho una casa e una macchina mia. I miei sono ormai vecchi e in pensione. Sono io che faccio le raccomandazioni a loro: “Mamma dovresti stare a casa tranquilla, fa freddo fuori!” – “Papà ti sembra il caso di spendere tutti questi soldi in una cosa così inutile?”. Gli ho presentato Chiara e sono contenti, è una brava ragazza: ma non di quelle barbose che credono nell’amore eterno. Vivo a Roma, nel quartiere Prati. Ho un appartamento non molto grande ma in un bel palazzo di inizio novecento. Vedo i miei una volta al mese. Ogni tanto guardo indietro e vedo cosa sono stato. Mi vengono in mente tante facce legate al passato: mi viene in mente una vacanza al mare con gli amici, un bacio, una verifica andata male, la prima ragazza con cui mi è piaciuto farlo. Faccio lo sceneggiatore a Cinecittà: scrivo storie per il cinema; non sono ricco ma guadagno bene. Conosco tanti attori e tanti registi, famosi e sconosciuti. Vado a mangiare nelle trattorie, in trastevere, con i tecnici del suono e con i macchinisti. Ogni tanto prendo la mia Vespa 150 (Chiara ha una Punto scassatissima, io mi muovo solo in scooter, è più comodo a Roma) e vado fino ad Ostia, all’Idroscalo, dove hanno ucciso Pierpaolo Pasolini, quel poeta, quello scrittore che mi piaceva tanto. Mi siedo e guardo la piana dove l’hanno massacrato di botte. E piango. Non credo più in niente da troppo tempo. Prima sognavo moltissimo, ora non più, mi tiene in piedi solo il lavoro che amo e Chiara che ora è casa a tradurre sul computer. Mentre penso mi si avvicina un uomo sulla sessantina, volto ispido e accento romano: “Ragazzì te senti benne?”: molti che non conosco mi danno comunque del tu, perché, nonostante la calvizia domini, ho sempre la faccia da bambino e non dimostro la mia età; guardo il signore e gli dico che è tutto a posto, guardo il mare e rimonto sulla vespa. Faccio un giro in centro. Mi rivedo tredicenne, a spasso davanti al caffé Greco, con mia mamma che mi promette di comprarmi la maglietta di Totti, quel giocatore famosissimo, bravissimo, ignorantissimo, di quando era ragazzo.
Sto per rientrare nel portone in legno massello del mio condominio. Un colpo di clacson. Un uomo, anche lui sulla trentina, biondo, carino, mi fa cenno di avvicinarmi. “Dica?” – “Tu sei Lucio?” – “Si, perché?” – “Monta in macchina, devo portarti in un posto” – “Scusi, ma dove? Cosa sta dicendo?” – “Ti basta se ti dico che Chiara mi ha detto di venirti a prendere?” – Non esito più, lascio la vespa, con il blocca-sterzo, sotto casa e monto sulla peugeot station wagon, blu notte.
Provo a chiedere spiegazioni, ma il biondino non mi risponde. Sono stato un’idiota penso. Solo perché sa che la mia ragazza si chiama Chiara mi fido? Se fosse uno psicopatico? Mi sono fidato per troppo poco! Gli chiedo spiegazioni ma risponde con mugolii che non mi chiariscono le cose. Mi porta in macchina fuori Roma, ormai il cielo è buio. Arrivano le legioni della notte fra poco. Poi mi lascia all’imbocco di un portone in ferro, mi indica di scendere. Mi ritrovo di fronte ad una grande villa in stile liberty, semiilluminata, e circondata da un elegante recinzione in ferro battuto. Una strada deserta, solo la macchina del mio accompagnatore.
Non vedo l’ora di sgusciare fuori dalla vettura del mio potenziale assassino. Sono solo davanti al portone in ferro. Solo un lampione nel giardino illumina la strada: un signore anziano ed elegante mi si avvicina e apre, con una chiave lunghissima, il cancello. Sembra uscito da un film di Robert Altman, avete presente Gosford Park? Ecco sembra un maggiordomo uscito da lì…Mi saluta: “Signor Laugelli?” – “Si, si potrebbe avere una spiegazione?! Cosa cazzo vuol dire tutto questo? Sono tornato a casa e mi trovo il tipo sulla macchina che mi chiede di seguirlo: io scemo gli do retta e mi ritrovo lontano da Roma, di fronte a lei, in un posto che non conosco!” – Senza scomporsi il vecchiaccio si aggiusta il nodo della cravatta: “Signor Laugelli dal turpiloquio con qui si esprime devo dedurre che è molto arrabbiato: si tranquillizzi, la signorina Chiara ha organizzato tutto questo, le farà bene stare qualche ora con noi.” – “Ma perché non mi ha detto niente? E’ assurdo! Poi io sto benissimo…voglio vederci chiaro e subito, mi sembra logico avere una spiegazione!” – “In questo caso non posso più aiutarla, prego si accomodi.”, percorso il vialetto in pietra mi ritrovo davanti ad una gradinata: adoro lo stile liberty, l’edera che si arrampica sul muro serena e silenziosa. Il “maggiordomo”, ammesso che lo sia, mi fa cenno di entrare in una sala d’ingresso, illuminata da un camino, e interamente ricoperta di parquet. Poi rimane impassibile davanti alla porta, mi giro e gli chiedo ancora spiegazioni, ancora una volta invano. Attraverso l’ingresso, elegante e austero, c’è solo una porta per andare avanti, la varco e mi ritrovo in una stanza lunga e stretta con al centro un biliardo: due uomini (uno grasso, sudato e rossiccio di capelli, l’altro secco con i capelli brizzolati) stanno giocando e passeggiano intorno al tavolo verde con le stecche in mano: “Permesso?!”, l’uomo con i capelli sale e pepe mi viene in contro come se mi conoscesse da anni: “Lucio, sei arrivato finalmente, Chiara mi ha parlato spesso di te, sono contento tu ora sia qui, sai non siamo riusciti a dirti le cose per tempo, e probabilmente se l’avessimo fatto non saresti mai voluto venire!” – cerco di non spazientirmi del tutto: “Potrei sapere da qualcuno di voi cosa faccio qui? Chi siete e cosa volete da me?” – “Ora ti chiarisco le idee caro, non preoccuparti! Perché in tanto non bevi qualcosa con noi? Noi siamo amici della tua dolce metà” – “Mi fa piacere ma non vedo cosa io centri! Non dico di essermi spaventato ma…” – di colpo il ciccione apre bocca e dice le prime parole da quando sono entrato nella stanza: “Non sei tu quello che non riesce più a sognare? Non sei quello curioso della morte?” – Mi blocco completamente, non so più cosa dire, non capisco come queste due figure entrate nella mia vita da pochi minuti sappiano particolari così privati e intimi della mia esistenza. Ci rimango malissimo, Chiara è una stronza ha parlato del mio privato con questi due sconosciuti. Nel frattempo quello secco ha versato due dita di schotch in un bicchiere, ci mette dentro due cubetti di ghiaccio, si avvicina dal tavolino ligneo dove ha preparato tutto, e mi porge il bicchiere. Cazzo era da tantissimo che non bevevo a stomaco vuoto, per giunta un super alcolico. Prendo il bicchiere e bevo un sorsino. Il ciccione continua a provocarmi “Allora raccontaci un po’? Hai perso l’entusiasmo?” – “Signori, io me ne vado, vi saluto e vi auguro una buona serata” – “Non fare lo sciocco, cosa fai torni a piedi?” – intanto bevo un altro sorso e mi sento il capo più appesantito, si vede che non sono più abituato a bere: un bicchierino e mi viene l’emicrania. “Sentite facciamo così, ora chiamo Chiara mi faccio spiegare cosa cazzo volete da me e dopodichè mi faccio venire a prendere, ok?” – il ciccione si toglie un ciuffo sudato dalla fronte, ha degli occhiali spessissimi, se li sfila e li pulisce con uno straccetto: “Non credo sia una scelta saggia, finisci il bicchiere e siediti” – Ingollo l’ultimo dito e lo guardo nervoso – “Senti Signor Mistero, io ho svuotato il bicchiere solo perché mi andava di farlo, non perché me l’hai ordinato tu, dopodichè andate a fare in culo tutte e due, io a costo di fare l’autostop me ne vado a Roma a piedi, sta diventando una situazione imbarazzante, non voglio risolvere l’arcano “di che diavolo faccio qui” frase dopo frase, ho perso quasi un’ora a stare dietro alle vostre cazzate, ogni minuto passa più lentamente e ora mi sono stu…” – Di colpo sento una fitta al fegato, mi piego in due come quando da piccolo mi veniva la gastrite, poi è di nuovo la testa a farmi male: me la sento pesare duecento chili, sospiro e cado per terra come se mi avessero tirato un pugno in pancia e una martellata sul capo contemporaneamente, poi gli occhi mi si chiudono, lentamente, vedo offuscarsi le scarpe nere e lucide dei due maledetti stronzi chi mi hanno messo qualche schifezza nel bicchiere.



Mi sembra sia tutto molto fluido e c’è davanti a me il mio eroe d’infanzia: l’indimenticabile pistolero Joe, il protagonista di una serie di film western che stringe tra i denti un sigaro.
Da piccolo era il mio eroe: parlava poco, lasciava il segno, aveva un’ironia tagliente e alla fine dei film lasciava sempre tutti e tutto andando a cavallo verso l’orizzonte deserto. Ha rappresentato, nella mia mente, la speranza, la sicurezza, il coraggio, ma anche la solitudine: era bello, svelto e intelligente ma era un personaggio, c’erano un attore e un regista dietro, e con il passare del tempo mi ha deluso molto sapere che era solo un’icona. Non volevo credere fosse finto. Ero sicuro fosse da qualche parte. Sta di fatto che ora se ne sta di fronte a me, ritto come un palo, mi fissa ed è deciso a placare un po’ della mia confusone. Mi si avvicina prende un posacenere e ci spegne dentro il sigaro, mi sembra che sia finto e allora afferro il posacenere e guardo il sigaro ancora fumante, aromatizzato al mirtillo. A questo punto non ho più dubbi e mi fido di lui. Lui fumava i sigari al mirtillo, lui farà chiarezza.

Mi sono domandato, moltissime volte, come sia stato l’ultimo giorno prima di morire per tante miei miti, e anche per diverse persone che mi hanno accompagnato durante la vita e che ora non ci sono più.
Certo sono vivo, dovrei pensare alla vita. Ma invece non riesco a non avere questo attaccamento morboso alla “fine”, questa curiosità non mi abbandona, questa diffidenza mi morde.
E allora alzo gli occhi e li vedo, finalmente ho qualche risposta, finalmente Joe mi spalanca tante porte.

30 settembre 1955, il successo non riesce a rendermi felice, sto guidando la spider che mi ucciderà.
Ho un terribile rapporto conflittuale con mio padre e mia madre è morta troppo presto per potermi aiutare; la donna che amo, l’unica che abbia mai amato, mi ha lasciato e si è risposata con un bastardo di cui non è manco innamorata, ne sono certo! Sono famoso, bello e ricco ma non potrò mai colmare una serie di vuoti e angosce che mi perseguitano da sempre, solo la velocità mi rende felice, non mi piace manco più recitare, ormai sono solo una congegno per fare soldi a palate; e intanto mentre penso ecco una Ford che mi taglia la strada, il meccanico affianco a me mi dice di rallentare, io penso che il mio ultimo film l’ho finito, che non mi lascio alle spalle nulla di incompleto, che non ha più senso farsi prendere a sberle da questo vento invadente; butto la sigaretta e faccio come nella scena del mio film più famoso, provo a schivarla quella Ford, se ci riesco bene, altrimenti sono pronto ad andarmene. Lo giuro.

3 luglio 1971, Parigi, un bagno, la condensa sul muro, i capelli bagnati tirati indietro, adagiato nella vasca, 27 anni e non voler più dire nulla, sentirsi un profeta non ascoltato, un immensa consapevolezza di sapere che troppe cose non vanno e non mi piaceranno mai. Paura per il disprezzo, paura per l’ipocrisia. Ho passato gli ultimi 10 anni da ubriaco, a cantare e scrivere poesie, ho allargato i miei orizzonti, scritto il mio nome nella storia, sono un dio e posso tutto, credo che vado. La strada dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza, diceva così Wiliam Blake.

31 ottobre 1993, stasera vado a suonare al locale di Johnny, non ne ho voglia ma mia sorella e Flea vogliono a tutti i costi, è la cazzo di festa di Halloween. Questi stronzi mi vogliono lì soltanto perché sono un attore famoso, non perché gli piaccia come suono. Mi vogliono perché fa cool, perché domani i giornali avranno qualcosa da dire e non taceranno sulla festa organizzata da questo cazzo di locale. E io li inculo tutti. State a vedere stronzi: inizio a bere dalle nove, tutto quello che mi capita a tiro, poi mi faccio di valium, come l’ultima volta con Flea, avevamo mischiato alcool e medicine e cazzo…volavamo! Altro che cocaina o altre droghe del cazzo! Passano le ore e barcollo da una parte all’altra del locale: mia sorella mi ha sgamato e mi insulta: “Sei il solito scemo, stasera dobbiamo suonare e tu ti riduci così?”. Suonate senza di me, io sono solo il vostro scoop! Esco dal locale perché mi sento soffocare, inizio ad avere delle convulsioni, poi cado per terra e tutta la gente si fa intorno a me. Cristo mi sento morire, stavolta mi sono fottuto da solo. Tutti mi guardano in preda al terrore e allo sgomento, questa volta è la mia ultima notte. Peggio per voi: sarà tutto più facile senza di me…ma anche tutto più noioso. Questa volta mi sono fottuto da solo, forse è meglio così? Forse…


Poi un botto.
Dopo questa carrellata funeraria mi trovo nel mio solito letto con le foto di Marlon Brando e Jason Prestley appiccicate alla testata in legno, le lenzuola coloratissime della Benneton, il cellulare che suona disperatamente per avvisarmi che un’altra mattina è iniziata.
Apro il diario e mi viene il malumore: latino, filosofia, arte e soprattutto due ore consecutive di fisica: terribile; vorrei torna da dove sono appena uscito. Mi inizio a vestire poi guardo il posacenere vicino alla mia scrivania, quello di ceramica che ho comprato in Inghilterra, inizia a pulsarmi una vena in testa, non ho il coraggio di credere che i miei bulbi oculari stiano inquadrando davvero quello che vedo; poi mi faccio forza, prendo il posacenere e ci ficco le mani dentro, quindi sollevo quel che contiene: un mozzicone di sigaro che profuma di mirtillo.
Sorrido, mi giro verso la finestra e a bassa voce dico: “Dove sei? Non ti vedo”.

Accendo il computer e ficco nel lettore MP3 le musiche di Morricone, colonne sonore dei film western di cui scrivevo prima…
Scendo e raggiungo il mio scooter, allaccio il casco e sotto, dalle auricolari, sento sempre le note del mio western preferito picchiare sui timpani.
Mi sento incredibilmente bambino, mi sento benissimo. Accendo e parto come faceva Joe alla fine dei suoi film. Lo scooter è il cavallo, il casco il capello…ridete pure, ma io sto meglio e galoppando verso il carcere di Yuma (o scuola che dir si voglia) mi sento entusiasta e tra me e me continuo a ripetere: “Dove sei? Non ti vedo”.

Note finali.
Le tre persone, a cui faccio riferimento, nella parte finale del racconto, per chi non avesse colto, sono James Dean (icona hollywoodiana), Jim Morrison (cantane e poeta dei Doors) e River Phoneix (attore maledetto, saltuariamente chitarrista).
Il pistolero Joe era interpretato da Clint Eastwood e diretto da Sergio Leone.


Lucio Laugelli