Invitation Only - Kevin Ko
Torna il cinema orientale sulle pagine di Paper Street...
Quel particolare tipo di slasher movie, oggi di moda, che corre sotto il nome di torture porn non va mai molto al di sopra del suo genere. Gira che ti giro, si finisce sempre in un universo ristretto e obbligato: la tavola operatoria, il display di strumenti di tortura, i legacci, l'offerta di un atto terribile da compiere per evitare una sorte ancor più terribile, l'automutilazione, la classica sega a nastro... Giocando con abilità questo mazzo limitato di carte, qualche autore dotato ha ottenuto risultati interessanti: penso a Eli Roth e alla notevole accoppiata di Hostel. Ma per lo più questo tipo di film non si solleva dalla prevedibilità.
E' il caso del taiwanese Invitation Only, di Kevin Ko, che parte piuttosto bene, anche perché si allarga in modo convincente sul piano erotico, ma dopo la discreta prima parte si ritrova a dover mettere in gioco tutti i consunti luoghi comuni del sottogenere. Approfittando di un'offerta del suo boss (che ha scoperto a scopare in auto con una modella e sembra voglia comprare il suo silenzio), un giovane autista (Bryant Chang) si ritrova a partecipare a una festa di ricconi sotto le mentite spoglie del cugino del principale. Fa amicizia con alcuni giovani rampanti appena ammessi in questo circolo esclusivo. Sorpresa 1: nessuno di loro è chi sembra, sono tutti dei poveracci infiltratisi sotto falsa identità. E questo, pur restando nell'ambito del thriller, sarebbe stato uno spunto pieno d'interesse. Ma viene subito sacrificato alla Sorpresa 2: tutti loro sono stati ingannati e invitati per servire come vittime per il sadismo dei ricchi, che vogliono torturarli o assistere alla loro tortura come a teatro (qui ci sarebbe un cenno satirico ma è troppo elementare per discuterne).
Se all'inizio la situazione di caccia all'uomo nell'edificio presenta qualche buona idea (l'episodio dello scarafaggio schiacciato ha una crudeltà visuale molto asiatica), man mano che prosegue Invitation Only perde forza e vira verso il già visto: per esempio, quella di distruggersi una mano per liberarsi dalle manette l'aveva già mostrata Dario Argento (Phenomena) venticinque anni fa. D'altro canto, giocano a favore del film un buon montaggio (vedi la scena a tre che coinvolge la stanza dei monitor), una buona fotografia e un accettabile gruppo di interpreti. Tutto ciò dà al film una sua eleganza - che lo distingue, per esempio, dalla peggior delusione recente nello stesso campo, il dilettantistico Macabre dei Mo Brothers. Questi avevano destato molto interesse col cortometraggio Dara (poi incluso nell'horror a episodi Takut), ma col loro nuovo slasher mostrano la più imbarazzante mediocrità (l'unica cosa interessante è la presenza della grande Shareefa Daanish di Dara – ma che ripete pari pari personaggio ed espressione).



