L'ombra di quel che eravamo - Luis Sepůlveda"Scusa, vecchio, se era un po’ che non ti davo fiducia"

Chiedo perdono al piů grande contastorie dell'America latina. Era piů di un anno che non prendevo in mano un libro di Luis Sepúlveda. Ero stanco di quelle sue raccolte di racconti. Le trovavo fredde, poco coinvolgenti. Finalmente questo romanzo č tornato a rapirmi, a condurmi magicamente in quella terra schiacciata tra le Ande e il Pacifico,a farmi viaggiare tra un passato amaro per la dittatura delle armi e un presente dal sapore diverso, ma non certo dolce, caratterizzato dalla dittatura del capitale. La storia č portata avanti molto ariostescamente, “alla Ammaniti” quasi.

Tre vicende: una coppia in crisi, tre vecchi rivoluzionari e due poliziotti (un vecchio ispettore e una giovane agente). E un finale in cui tutto č ricondotto a unitŕ. Questo romanzo ha un taglio fortemente storico, ancor maggiore, se possibile, di certi altri scritti dell' ex membro della Juventude Comunista costretto all'esilio da Pinochet; č anche molto filosofico,con tesi personali e forti sul rapporto tra anarchismo e comunismo e sul nesso non sempre veritiero tra legge e giustizia.

Il passato riaffiora spesso, nel ricordo di quasi tutti i personaggi; Sepulveda si dimostra anche in questa sua opera ancorato con una forza incredibile a quel 11 settembre, del 1973 perň, in cui Salvador Allende, morendo, si portň via le speranze di cambiamento di una intera generazione cilena. E gli esuli, al ritorno dopo tanti anni in patria, vivono un secondo esilio, persino piů crudele: l’esilio in una patria modificata dai vent’anni di dittatura.

Il romanzo si legge d'un fiato, meglio se con in sottofondo l'acqua della pioggia che fuori lava il mondo e un bicchiere di buon vino davanti.


Egidio Greco