Guida all’impero per la gente comune - Arundhati RoyLeggendo la saggistica di Arundhati Roy, riesci quasi a perdonarle il fatto di non aver più scritto un romanzo dopo il travolgente successo de “Il Dio delle Piccole Cose” (Guanda, 1998). La scrittrice indiana ha infatti messo da parte la narrativa per occuparsi di quella passione per la politica e per i diritti dei più deboli che trasudava anche dalla trama del suo unico romanzo, vincitore del Booker Prize e bestseller che ha scosso il mercato editoriale del subcontinente.

Questa raccolta di saggi politici che risalgono agli anni 2002 e 2003 spazia dalla guerra in Iraq al nazionalismo indù in Gujarat, dallo sviluppo di armi nucleari da parte di India e Pakistan allo sciopero della fame per il reinsediamento di oltre mille famiglie in seguito alla costruzione di una diga sul fiume Narmada in Madhya Pradesh.

Il filo conduttore che lega questi saggi è il rapporto tra il potere e “la gente comune”, impotente e sfruttata dai governi per gli scopi più biechi. Siano essi indigeni adivasi della “sua India”, taliban afgani o cittadini americani poco importa: Arundhati Roy si dimostra una “hooligan” dell’attivismo politico, come lei stessa ama definirsi (anche se l’attributo di attivista politica la mette a disagio).

Roy lavora molto sul concetto di democrazia e sulla convinzione tutta americana che questa si possa esportare in altre latitudini. Inoltre denuncia il neo-colonialismo yankee e il vecchio becero colonialismo britannico che mostra ancora le sue piaghe (in Kashmir e in Palestina, per esempio). Con riferimento al suo paese natale, l’India, s’irride del fatto che questa si vanti di essere la più grande democrazia del mondo, quando di fatto le frange più deboli della società vengono schiacciate e manipolate senza nessuna pietà da un nazionalismo costruito tutto a tavolino (“le bandiere sono pezzi di stoffa colorata che i governi usano come pellicola per avvolgervi bene bene la mente delle persone e poi come sudari cerimoniali per avvolgervi i morti”).

Roy parla di argomenti scomodi senza peli sulla lingua e per questo può essere adorata quanto odiata. Accusata di antipatriottismo e antiamericanismo, spiega che essere contro la guerra in Iraq non significa anche essere contro l’America di per sé, né supportare i terroristi, difendendo quegli intellettuali americani che facevano (e fanno) opposizione alle idee guerrafondaie americane, primo fra tutti Noam Chomsky.
Questi scritti uscirono a ridosso dell’attacco alle Twin Towers, in cui ogni nefandezza americana sembrava giustificata dallo shock di essere stati attaccati sul proprio territorio, cosa mai successa prima se escludiamo Pearl Harbor, ma non hanno perso di efficacia a qualche anno di distanza, anzi si rivelano propedeutici a capire il Roy-pensiero della sua ultima raccolta di saggi, “Quando arrivano le cavallette” (Guanda, 2009), focalizzato solo sull’amato-odiato subcontinente indiano.


Stefania Basset