A single man - Tom Ford
Anno del Signore 1962, Los Angeles. Il professore universitario George Falconer (Colin Firth) si ritrova improvvisamente solo dopo che il suo ragazzo Jim (Matthew Goode) muore in un incidente stradale mentre era andato a trovare i genitori. Per volere della famiglia del defunto, non gli è neppure concesso di partecipare al funerale dell’uomo – o meglio del ragazzo, vista la notevole differenza di età – con cui aveva passato gli ultimi 16 anni di vita. George entra così in un profondo stato di sopita disperazione che cercherà di affrontare con l’aiuto dell’amica del cuore Charley (Julianne Moore), mentre il suo giovane alunno Kenny (Nicholas Hoult) cercherà di tenergli compagnia ignaro di quello che l’uomo sta passando.
Incredibile opera prima dello stilista americano Tom Ford, A Single Man riesce in un’impresa quantomai stupefacente: parlare di puri e gloriosi sentimenti essendo al contempo sfarzoso e patinato, elegante e virtuoso, retrò ma moderno. Non svela nulla di nuovo il film di Ford, non insegna e non sale in cattedra: racconta solo la storia di un uomo, di un amore straziante finito troppo presto, di una relazione di cui rimane soltanto un passato e non più un futuro. Un film banale nel senso più prezioso del termine: è banale perchè parla di cose banali. Dal bar che ci ricorda il primo incontro con la persona della nostra vita, al cagnolino che per strada ci fa tornare alla mente l’animale domestico che ci teneva compagnia in casa, alla foto che riporta alla luce i lunghi pomeriggi sulla spiaggia. Oggi tutto questo non c’è più, resta soltanto il dubbio su come possa continuare la vita senza di lui. Sempre che sia il caso di continuarla. E se si scegliesse di farla finita, in quale modo? Magistrale in questo senso la scena in cui George cerca di trovare il modo più “elegante” con il quale spararsi un colpo di pistola in bocca, la posizione più consona affinchè il corpo venga sì trovato senza vita ma comunque con una dovuta dignità. A Single Man ritrae un uomo in confusione, che non sa più cosa chiedere alla vita perchè l’unica cosa che voleva gli è stata tolta: e così quando gli si presentano davanti dei ragazzi desiderosi e disponibili con cui potrebbe facilmente dimenticare il suo amato anche solo per un’ora, la sua risposta è un gentile diniego, quasi paternalistico.
Tom Ford utilizza clichè collaudati dal cinema melodrammatico, flashback e ralenti che si soffermano su elementi che lui ritiene imprescindibili, ma con una raffinatezza di sguardo e di linguaggio che incanta, colpisce, spesso spaventa. Calca la mano – anche troppo – sugli squilibri cromatici della fotografia di Eduard Grau e si avvale di una straordinaria colonna sonora firmata dal polacco Abel Korzeniowski, giustamente candidato al Golden Globe e speriamo anche all’Oscar. E se ad infondere classe al film ci pensa anche la splendida e sempre grande Julianne Moore, lascio appositamente per ultima la mia considerazione su Colin Firth, un attore che chi segue i miei commenti sa che ho sempre bistrattato. Ebbene, questa non potrà che essere la prova della vita di Colin Firth. Incredibilmente trasformato e quasi irriconoscibile, Firth si cala mimeticamente nel suo personaggio, gli infonde una gamma straziante di connotazioni che l’attore inglese trasmette quasi impercettibilmente, senza mai calcare la mano neppure laddove si sarebbe potuto fare (penso alla scena del litigio con Charley) restando alla larga dal macchiettismo. Una prova di grandezza assoluta che sarà difficile ripetere.
Piccola curiosità: voglio rendervi partecipi del mio stupore quando ho scoperto che Nicholas Hoult, l’etereo biondino che nel film tenta di sedurre il protagonista spudoratamente anche senza vestiti, altri che non è che il candido bambino che otto anni fa rendeva impossibile la vita a Hugh Grant in About a boy. Pazzesco questo cinema…



