Che la festa cominci - Niccolò AmmanitiAmmaniti ce l’ha fatta ancora. Anche questa volta il suo romanzo, “che la festa cominci”, ti travolge. Mentre leggevo, su “l’Espresso” del 16 novembre, la recensione di Belpoliti stava per prendermi un colpo al cuore: descriveva il romanzo come qualcosa di puramente commerciale, frivolo e “industriale”. Ora, non è che Ammaniti possa essere definito “scrittore impegnato”, ma un tocco di indagine sociale, nei suoi libri, c’è sempre. Insomma, non siamo ai livelli di Moccia…

Anzi questo, tra i romanzi dello scrittore romano, mi sembra proprio quello che più ci può far riflettere sui vizi del tempo. La festa in questione si svolge a Roma, in una Villa Ada privatizzata per far fronte a casse comunali stabili come un’auto senza una ruota; come se non bastasse, l’ha acquistata un palazzinaro di Mondragone, amante dello show-off come una tartaruga del proprio guscio. E, da ultimo, i suoi invitati sono un perfetto campionario di quei vip che tanto ci ostiniamo a osannare e a considerare come maîtres à penser… Su questo sfondo operano Mantos, il capo di una setta satanica che, con i suoi adepti, prepara un colpo grosso da effettuare durante la festa, e Fabrizio Ciba, famoso scrittore romano, ultimamente un po’ a corto di idee. Tra problemi familiari di Mantos (ha un suocero che è l’archetipo del piccolo industriale…) e situazioni grottesche nelle quali si caccia Ciba si arriva alla festa, il cui precipitare degli eventi e la presenza “sovietica” portano il lettore a divorare queste 328 pagine.

La scrittura di Ammaniti la conosciamo bene: immediata, immaginifica, certe volte macabra, da vero “cannibale”. Il libro scorre via rapido e piacevolissimo, divertendo e, a sprazzi, facendoci riflettere sui vistosi difetti della nostra civiltà: il comportamento dei vip, di Ciba stesso, il discorso del chirurgo sul fatto che oggi “non esistono più le brutte figure”, il degrado ambientale e l’alternativo metodo di smaltimento rifiuti; non dico troppo…

Buon divertimento!


Egidio Greco