Paper Street intervista Giacomo ToniAttualmente sta promuovendo dal vivo il suo disco con alcuni concerti. E’ uscito infatti il 23 aprile scorso Musica Per Autoambulanze, primo vero album di Giacomo Toni. Il lavoro, pubblicato su etichetta MarteLabel, contiene dodici brani scritti e interpretati dal pianista di Forlimpopoli e dai “suoi”: Alfredo Nuti dal Portone, Enrico Giulianini Roberto Villa, Marco Frattini, Marcello Jandù Detti, Enrico Mao Bocchini e Gianni Perinelli. Nel corso dell’intervista che ci ha gentilmente concesso, il cantautore si è soffermato sul suo nuovo disco, sul suo mondo musicale e su tanto altro ancora.

“Musica Per Autoambulanze”: come nasce questo titolo così particolare?

Cercavo un titolo che potesse esprimere la repulsione verso il verso e che ridicolizzasse la musica d’ambiente. Volevo dare l’idea di un album distaccato dalle lezioni di morale e di etica o dai sentimentalismi spiccioli che spesso sono centrali nella canzone detta d’autore. Cercavo qualcosa che mi potesse dare la possibilità di agire in completa libertà di scrittura, libertà di contraddizione, libertà di essere cattivo o dolciastro o insensato o matematico.

Qual è il filo conduttore del tuo album?

Il filo conduttore è il suono.

“Il Bevitore Longevo” è uno dei pezzi maggiormente conosciuti dal pubblico che ti segue dal vivo e ora è presente anche nel tuo primo disco. Com’è nato?

Più che altro mi interessava una storia dove morivano un prete, un carabiniere e un padrone di fabbrica. La questione del bevitore è secondaria. Lo schema è classico: bisogna deridere i vertici per dare dignità agli ultimi. Il fatto che sia il mio pezzo più conosciuto è merito dell’interpretazione del Duo Bucolico, due cantautori che scrivono canzoni di “altissima bassa lega”. L’ho proposto a loro appena l’ho scritto.

In “Come Una Specie Di Mezzo Matto” citi Roma, mentre nella ballad conclusiva, “Ode Al Meccanico Mite”, la tua storia è ambientata a Milano. In che modo tali “sfondi” sono stati necessari in funzione dei tuoi testi?

La vena del viaggio è un punto in comune di molti personaggi delle storie del disco. Penso che il paesaggio metropolitano sia più adatto alla nostra musica. In particolare nell’ultima ballad c’è una Milano che pare alienata ma si scopre umana, epica e sognante… Nella prima c’è Roma con il suo caos, con i suoi artisti vaghi, le sue cialtronerie piacevoli mescolate alla geometria della sua architettura.

Nasci come cantautore, ma hai maturato subito l’idea di fondare la 900band? Pensavi che fosse quello il modo per esprimerti al meglio?

Non ho mai creduto che le parole di una canzone o le teatralità delle interpretazioni potessero bastare per creare qualcosa di buono. La tragedia musicale dei cantautori si può superare coinvolgendo le personalità migliori. Ho sempre cercato di lavorare insieme alle eccellenze, al servizio della canzone, dove possibile. Ovvio, non ci sono soldi. Si deve guadagnare la loro stima per raccogliere qualcosa. Chi sa suonare spesso non ama i cantanti che sono egocentrici, lirici, noiosi, melodici o prolissi.

Cambiano molto i tuoi brani dal momento in cui li componi a quando poi li arrangi con il gruppo?

Certamente. In questo album lo scheletro sonoro è stato ripensato in fase di pre-produzione da Roberto Villa (basso e contrabbasso) e Alfredo Nuti dal Portone (chitarre). Hanno salvato brani che io avevo dato per morti o inutili o brutti. Le parti musicali sono state scritte da chi le ha interpretate: Gianni Perinelli e Enrico Giulianini per i sassofoni, Marco Frattini e Enrico Mao Bocchini per le batterie e le percussioni, Marcello Jandù Detti per la tuba e il trombone.

Ad ottobre 2011 hai intrapreso un tour tributo a Paolo Conte insieme a Lorenzo Kruger, frontman dei Nobraino. Paolo Conte è uno degli artisti che ti influenza maggiormente quando scrivi? Quali sono gli artisti a cui ti ispiri o che apprezzi di più?

Conte è per me il cantautore dei paesaggi, dell’enigma e della musica elegante. Il suo immaginario è un’esperienza con la quale non si può non fare i conti. Tuttavia, pur non amando i necrologi, il mio preferito è stato Jannacci. Ogni suo brano è un disastro di sensazioni. Ogni canzone è destrutturata, divertente e folle e poi distrugge la bellezza della forma e del bel canto.

Il tuo percorso fino al primo disco è stato caratterizzato da una lunga gavetta live e nel corso degli anni hai ricevuto diversi premi. A quale tra questi ultimi sei più legato?

Come ha scritto Francesco Giampaoli (produttore artistico e bassista di Sacri Cuori e Hugo Race) abbiamo cercato di infondere al disco l’odore di anni condivisi in furgone in viaggio per concerti in tutta Italia. Ricordo volentieri per senso dell’ironia e per spirito, Il Festival Mondiale Della Canzone Funebre di Rivignano, del quale sono comicamente campione del mondo in carica. L’invenzione è del cantautore Rocco Burtone. Si tiene il 2 Novembre ed è molto divertente.

Bene! Ultima domanda: progetti per il futuro?

Per il futuro tenterò di scrivere qualche canzone nuova, magari anche bella. Ma non so se ci riesco.


Leonardo Follieri