Cristo si è fermato a Eboli - Carlo Levi
Qualche giorno fa ho ripreso in mano un vecchio libro che possiedo nell’edizione del 1954, con la sopracoperta disegnata dall’autore. È “Cristo si è fermato Eboli” di Carlo Levi, che ho visto mille e più volte sulla mensola dello studio e che mai, per pigrizia o per timore reverenziale, avevo osato mettermi a leggere. Eppure in tre giorni me ne sono invaghito.
Già dall’inizio ho pensato al “mio” viaggio in Basilicata o, meglio, “attraverso” la Lucania. Infatti quest’estate mi trovavo sulla costa del Cilento, in Campania, quando ho deciso di andare a trovare un mio amico che stava alloggiando in Puglia. Ho così dovuto prendere il treno e cambiare un paio di volte. Ma già al primo cambio ho perso la coincidenza. Nell’attesa - tre ore alla stazione di Battipaglia (Sa) - ho iniziato a parlare con i quattro o cinque miei “compagni di sventura”. Due ragazze sulla trentina erano di Ferrandina, paese citato anche da Levi, in Basilicata. Mi hanno raccontato molte cose, interessantissime. Dai loro aneddoti emergeva chiaramente quanto poco siano cambiate le cose rispetto alla narrazione di settant’anni fa. La lontananza dello Stato e, anzi, il tradimento che esso perpetua nei confronti degli “sprovveduti”, va avanti, così come quella sorta di “potere feudale” che la piccola borghesia esercitava sui contadini analfabeti ancora durante il periodo fascista. Levi denuncia queste cose, unendo a ciò l’auspicio di una futura creazione di uno Stato in cui i contadini possano riconoscersi, di uno Stato nei confronti del quale i contadini non debbano opporre solo una rassegnata indifferenza. E Levi, pessimisticamente, critica anche il fatto che il comportamento piccolo-borghese da paese è stato assunto anche dalle classi umili in città. Raccontava una delle ragazze che il loro presidente di provincia (o un’altra carica simile) aveva avute noie giudiziarie per corruzione(e non era certo il primo politico in quella situazione); nella ditta dove lavorava una delle due ragazze era entrato come dirigente un nipote del proprietario, per quanto poco istruito e non sufficientemente capace. Da questi due semplici esempi si può cogliere come, ancora oggi, lo Stato sia distante e permanga quella sorta di “diritto feudale”. E questo, ahimè, non solo in Basilicata.
Nel ripensare alla mia esperienza estiva attraverso la narrazione del passato mi sono indignato, e anche tanto; se oggi leggiamo quel libro e constatiamo che nulla (o quasi) sia cambiato in settant’anni, forse è meglio che iniziamo a darci da fare subito, affinché tra cinquant’anni, quando un ragazzo prenderà ancora in mano quel libro, si possa stupire di un lontano passato così diverso dalla sua contemporaneità. Come alcune dimesse figure tipiche del sottoproletariato cantato da De André (si pensi a Michè o Marinella), così trascorrono la propria esistenza gli impotenti contadini di Levi, nell’attesa di un “crai” (termine dialettale che sta a indicare il “domani”, dal cras latino) che troppo spesso ha come sinonimo “mai”. Un libro da rileggere e su cui riflettere, anche nel 2009.



