65° Festival del film di Locarno

A ultima vez que vi Macau - João Rui Guerra da Mata, João Pedro RodriguesI registi e interpreti portoghesi João Rui Guerra da Mata e João Pedro Rodrigues incantano Locarno presentando l'intenso A ultima vez que vi Macau, viaggio emozionale da Occidente a Oriente originato da un'email in cui una donna stabilitasi a Macao contatta un conoscente, anche lui un tempo residente laggiù. L'uomo, che da più di trent'anni ha fatto ritorno in Portogallo, decide di accorrere in aiuto dell'amica, Candy. Il viaggio in nave per raggiungere l'ex colonia del Portogallo è occasione di ricordo dei momenti felici vissuti a Macao. Al suo arrivo, però, l'uomo scopre che l'amica è misteriosamente scomparsa e la città è popolata da misteri che terrorizzano gli abitanti.

Melodramma-noir raffreddato ed estremamente cerebrale, coraggiosamente eccentrico, una scommessa che si avvicina (nel suo abbinare camp, sperimentalismi e citazionismi del grande cinema hollywoodiano) a un altro strambo film portoghese visto quest’anno a Berlino, Tabu di Miguel Gomez. Dei due registi, João Rui Guerra da Mata è quello che ha vissuto la sua infanzia e adolescenza a Macao, per poi andarsene via nel 1990, con il definitivo ritorno di quella che da quattro secoli era colonia portoghese alla madre-matrigna Cina. Un trasferimento di sovranità che ha significato la fine di un mondo coloniale e l’inizio di una Macao versione Las Vegas asiatica. Il regista è anche il protagonista invisibile di questa pellicola, ne vediamo sì e no l’ombra, ne udiamo solo la voce narrante che dipana la storia, ne ricostruisce gli antefatti e ne racconta lo svolgersi.

Una finzione ricostruita attraverso un quasi-documentario, dimostrando di sapere cos’è il cinema e quanto esso sia naturalmente ambiguo. Sta anche qui il fascino enorme di questo film così iperconsapevole da sfiorare il metacinema, eppure percorso da una continua tensione e passione tra il romantico e il surrealista. In questi frangenti si vede la mano di João Pedro Rodrigues, che si conferma un grande autore.

La ricerca continuamente frustrata di Candy attraversa tutta questa città impossibile, consentendo ai due registi di esplorarla oltre ogni possibile cliché, di mostrare luoghi della nuova Macao e di quella coloniale ormai in disfacimento, ombre che si aggirano in cunicoli, docks deserti, locali equivoci e minacciosi, cani inselvatichiti, topi e insetti. Macao come teatro di fantasmi, di ombre, dove tutto è già accaduto e tutto potrebbe di nuovo accadere. Uno di quei luoghi dell’ambiguità e del pericolo, come sospesi nel tempo e nella storia, che il cinema ci ha consegnato più volte: prima fu la Amburgo di Von Stronheim poi la Shanghai di von Sternberg, la Salonicco di Pabst, la Tangeri di Bertolucci, la Casablanca di Curtiz. Finirà in dramma o meglio nel nulla. Da Macao non può esserci ritorno, perché è il non luogo per eccellenza.

Film formidabile, di quell’austerità estrema che è del cinema portoghese (ci vuole coraggio a realizzare un film in cui il protagonista è invisibile), ma che ci racconta anche una storia, seppure non sempre trasparente nei suoi passaggi. Film che entra e dissolve e che, nonostante corra sempre il rischio di essere saggio, deriva sperimentale, specchio criptico, non ne resta prigioniero; anzi forse rende prigionieri anche noi di lui stesso. Piccolo capolavoro.


Erik Negro