65° Festival del film di Locarno

The End of Time - Peter MettlerPresentato oggi nel Concorso Internazionale il secondo film elvetico in selezione, il documentario The End of Time di Peter Mettler, coproduzione svizzero-canadese con il prezioso aiuto del National Film Board of Canada. La pellicola, visivamente molto intensa, è un viaggio alla scoperta del tempo che ci porta dall'acceleratore di particelle del CERN di Ginevra, dove i ricercatori sondano regioni temporali invisibili all'occhio umano; ai flussi lavici che hanno distrutto tutte le case sul lato meridionale della Grande Isola di Hawaii, tutte eccetto una; dal degrado del centro storico di Detroit a un rito funebre indù che si svolge poco lontano dal luogo in cui il Buddha raggiunse l'illuminazione. Viaggio alla fine del tempo.

Difficile mettere un’etichetta anche sopra questo The End of Time, cinema visionario, di visioni, allucinazioni e alterazioni dello sguardo e della mente, un riprendere pezzi di realtà per costruire una partitura per immagini. Il canadese Peter Mettler sa cavare dalla macchina da presa cose di inaudita bellezza e potere incantatorio. Una telecamera che gira il mondo, penetra gli ambienti e le realtà più variegate per porre e porsi la domanda: che cos’è il tempo? E forse anche per trovare una risposta. Filosofia a tratti eccessiva (o eccessivamente esemplificata) che attraversa il cinema. Quel che ne esce è un film di una visualità grandiosa ma spesso portatore di un pensiero poco definito; l'unica vera pecca.

La parte centrale del film è estremamente teorica: c’è chi pensa al tempo delle subparticelle, chi lo identifica con lo spazio, chi non lo vede lineare ma circolare, chi vede la sua fine come un nuovo inizio e chi pensa addirittura che in un certo senso nemmeno esista. Lì dove si perdono le immagini e si trovano le parole, il film latita, vacilla, in qualche senso ristagna.

Metller passa dal cosmo, nel senso più letterale (stelle, galassie, pianeti, ripresi grazie a un potente telescopio, quasi una sfida a Kubrick) all’ultra micro delle subparticelle ginevrine, alle creature minime della terra e della natura. Non resta che abbandonarsi al flusso di immagini. Quelle dell’isola del Pacifico perennemente ridisegnata dalla lava, con quelle colate di fuoco, terra e cenere simili a mostri e draghi fantastici che sono tra le cose più belle viste al cinema, ultimamente. O l’ex cinema di Detroit ridotto a garage, di un’imponenza e magnificenza e sacralità che ricordano la prima scena di Holy Motors di Leos Carax. Fiamme, nuvole, fumi, piogge, acque di cielo e acque di terra. La natura domina in questo film, esattamente come in The Tree of Life, e a tratti (con gli occhi socchiusi e le orecchie tappate) riesce a sorprendere anche di più.

Al pari della creazione dell’universo anche la sua distruzione sarà attraversata dalla stessa grandiosa bellezza, così diceva Werner Herzog (o Blaise Pascal come gli si attribuiva) in apertura del suo immenso Apocalisse nel Deserto. Così probabilmente sarà la fine del tempo (un vortice indefinibile di immagini) per Peter Mettler.


Erik Negro