Interstellar - Frankie RoseCi sono label indipendenti che nonostante gli anni non hanno conosciuto mai cadute di stile e continuano a sfornare produzioni sempre interessanti. Fra queste c'è la californiana Slumberland Records che ha prodotto lavori di gruppi come Lorelei, Hood, Sic Alps, Crystal Stilts, Pains of Being Pure at Heart e tanti altri meno noti...e che anche recentemente si sta dando da fare con artisti quali Veronica Falls, Violens e il brillante debutto degli Echo Lake. Nella scuderia c'è anche una certa Frankie Rose che ha un curriculum niente male: infatti è l'attuale batterista, nonché bassista e voce, delle Vivian Girls ma ha anche fatto parte di Crystal Stilts e Dum Dum Girls.

Nel 2010 ha debuttato da solista con il nome “Frankie Rose & the Outs”. A febbraio di quest'anno è uscito invece il suo secondo lavoro intitolato Interstellar. Nel disco non abbandona completamente il legame con l'esperienza di gruppo (resta un pizzico, anche se lieve, di riferimenti ad un certo garage anni '60 e una certa attitudine rock'n'roll di alcuni pezzi) ma dimostra una versatilità notevole miscelando più stili. Al centro di tutto c'è la melodia e una struttura essenzialmente pop forzata anche dalla sua splendida voce: inebriata di echi wave, atmosfere eteree e lisergiche che cavalcano l'onda del dream-pop e dove non mancano le incursioni rumoristiche.

Sentite Interstellar: un inizio languido e impalpabile che poco dopo si trasforma in un beat semi-frenetico mantenendo comunque un'armonia di fondo. Le prime influenze wave si possono ascoltare nella delicata Know Me che sovrappone a questa linea, attraverso i synth e la voce, una meno ruvida e più fluida. Ma l'aspetto melodico sale in cattedra in maniera più evidente nella splendida Grace.

L'aspetto dreamy si può assaporare in quasi tutto il disco e nella successiva Daylight Sun si interseca con uno stile che si rifà ad un certo synh-pop d'epoca. Fra le vette del disco c'è Pair of Wings, un pezzo che assume quasi le sembianze dell'ambient per la sua teatralità e dal richiamo molto evocativo. Sulla falsa riga di questo si basa We Had It, ma il ritmo è accelerato e declina il suono verso territori più pop nei momenti più dinamici e cosmici in quelli più dilatati.

L'ispirazione post-punk si sente tutta in Night Swim, altra vetta del disco: un pezzo accattivante che vive proprio sul contrasto della spigolosità del suono e la leggiadria degli effetti vocali. Non è da meno la sognante e lisergica Apples for the Sun. Si cambia mood e struttura nel seguente Moon in My Mind: umore più decadente, riff più aspri e taglienti e leggiadri contorni rumoristici limati dalla voce liquida della Rose, unica costante di tutto il disco. Si conclude con la pura psichedelia ambientale di The Fall).

Un album sorprendente perché proviene proprio da una musicista che di solito macina chilometri con gli strumenti, con ritmi serrati; e che invece qui regala un album eterogeneo all'interno ma omogeneo nell'involucro in quanto tutto è strutturato su un concept melodico declinato in varie direzioni e con un'eleganza e bravura considerevoli.


Nicola Orlandino