Take Shelter - Jeff NicholsCurtis, Samantha e la loro figlioletta Hannah, formano una delle classiche famiglie di periferia americane. Lui è un operaio, oltre che un padre e un marito amorevole, ma comincia ad avere qualche squilibrio mentale dal momento in cui viene assalito da incubi di un minaccioso uragano. Decide, così, di costruire un rifugio nel quale ripararsi dalle sue paure e dall’imminente catastrofe che lo terrorizza nei suoi sogni.

Molto di più, o se vogliamo molto di meno, di un classico disaster-movie, “Take shelter” è un film intimassimo, misurato e molto potente dal punto di vista visivo ed emotivo. Di più perché non si limita a mostrare effetti speciali a piè sospinto o folle urlanti in cerca di salvezza, di meno perché si tratta di una storia particolare che rimanda all’universale, di un equilibrato viaggio all’interno della mente umana, ma anche di una realtà periferica e confinata. Un “Melancholia” in miniatura, forse con meno simbolismi, ma con parecchie metafore rappresentate dalla minaccia che assilla il protagonista che può essere vista come un male di vivere ormai comune alla periferia americana, ma non solo; così come il mutismo della figlia può essere visto come l’incapacità di ribellarsi a questo stato di fatto, di poter esprimere il proprio dolore e la propria indignazione.

Inutile dire che lo stesso rifugio faticosamente costruito dal protagonista può essere visto come l’ultimo baluardo per nascondersi dalla “minaccia” di una umanità ormai lasciata a sé stessa, ingabbiata però in un’oscurità da cui diventa sempre più difficile uscire.

Sono molte le sequenze che entrano a viva forza nella pelle dello spettatore, come tutte quelle in cui il protagonista (un sempre più immenso Micheal Shannon che dà vita ad un altro indimenticabile personaggio, come quelli che ha interpretato in “Revolutionary Road”, “My son my son, what have ye done” o nel telefilm “Boardwalk empire”) confessa i suoi deliri ad una psicoterapeuta e dopo a sua moglie, ma soprattutto come un finale deflagrante, inaspettato e decisamente ambiguo che però con una forza inusitata ci restituisce uno sguardo pessimistico che ci lascia con un senso di tristezza non indifferente, ma anche con una grandissima emozione.

Lo stato di inquietudine perennemente sostenuto anche grazie ad una splendida fotografia è in grado di mantenere sempre alta la tensione e sempre desta l’attenzione dello spettatore che non potrà rimanere indifferente agli incubi sempre più angoscianti di Curtis, così come all’apprensione dell’amorevole moglie (la delicata e incisiva Jessica Chastain che riesce a rivitalizzare anche un ruolo apparentemente “spento”).

Dove finisce l’allarmismo e dove comincia la follia? Sembra essere questo il quesito che aleggia nell’aria, un’aria sempre più grigia e cupa, così come il cielo che si staglia all’orizzonte nei sogni di un uomo che con preveggenza, lungimiranza o totale paranoia vede arrivare da lontano ciò che ormai non può più essere ignorato.


Alessandra Cavisi