65° Festival de Cannes

Beasts of the Southern Wild - Benh ZeitlinIl film più affascinante e magico del Soundance, sbarca anche a Cannes (Un Certain Regard) e sconvolge il mondo. Con una semplicità disarmante. Camera d'Or, migliore opera prima, il premio più meritato di tutta la Croisette 2012.

La storia di Hushpuppy, una bambina di sei anni che vive con il padre Wink nella comunità soprannominata Bathtub (vasca da bagno), su un delta del sud. Wink, severo ma affettuoso nei confronti della figlia, la prepara a vivere nell’universo, prima che lui non ci sia più a proteggerla. Ad un certo punto Wink prende una misteriosa malattia, le temperature si impennano, il ghiaccio si scioglie e viene scoperto un gruppo di creature preistoriche: gli uri, antenati estinti dei bovini. Le acque si alzano, gli uri arrivano, la salute di Wink sbiadisce: ed Hushpuppy parte quindi alla ricerca di sua madre, di cui ha perso le tracce. Un viaggio lungo un sogno, in cui Hushpuppy insegna al mondo la bellezza di ogni cosa e la sua estrema fragilità.

Ci sono film che, sin dal prologo, o forse addirittura sin dalla primissima inquadratura, ti entrano dentro e difficilmente ti abbandonano più. Sarà sicuramente per un insieme di cose che ti amplificano i sensi e in quel attimo te li fanno perdere. Si tratta ovviamente di quello che viene inquadrato, del modo in cui lo si inquadra, e della musica fusa con suoni scivolati dall natura. Beasts of the Southern Wild, nel suo prologo, è una letterale esplosione di fuochi di artificio, di vita, di brividi che ti scuotono le ossa. E si tratta di una pellicola ambientata in una zona dell’America che più povera non si può, simile alla New Orleans post uragano Katrina. Di film simili (come ambientazione e storia) negli Stati Uniti se ne vedono spesso, ma questo è ben altro.

Infatti se il coming-of-age (cinema del divenire) può fare genere a sé, Beasts of the Southern Wild non ne segue le “regole”: bensì è un film liberissimo, che più libero non si può. Selvaggio, appunto. Va da sé che le “bestie selvagge” non sono tanto gli uri, (bellissima metafora della piccolissima Hushpuppy che insegna loro a fare il bene e ad ascoltare la natura) ma proprio le persone che abitano questo mondo ai confini di tutto, che abitano casette sempre a rischio, che vivono con altri animali e sono immersi nella natura, e ne fanno letteralmente parte. Il film è anche un’opera di avventura, dove si viaggia continuamente: a piedi, in una barchetta, su una piccola nave. Nel nulla del tutto.

Sembra vivere un assoluto stato di grazia l’opera prima del giovane regista, una quiete (o stasi) creativa paradossale perché contrastante, una saggezza e forza espressiva non comune. Alquanto evidente, soprattutto nella prima parte, quando il rapporto tra padre e figlia va a svilupparsi e a “comprometterci”, è l’influenza stilistica di certo cinema indipendente statunitense, di cui Terrence Malick fa parte. L’impalpabile, stratificata ed interminabile ricerca dell’attimo, di un battito (quello del debole cuore di Wink), di un’istantanea di vita ridonata al nostro sguardo. Zeitlin risponde alla stasi con il movimento, fa girare la testa, per cercare con gli occhi quanta “terra promessa” bisogna ancora conquistare e quanta luce è necessaria perché il cinema non divenga “qualcosa del passato”, del già visto, in terra americana. Arretra nel tempo per avanzare nella conoscenza: il viaggio, alle sorgenti dell'immagine e della diga sul fiume Bayou, si compie con i nostri poveri occhi e le nostre povere parole, pronte a saltare in aria insieme al muro che separa il vecchio e il nuovo mondo. Tiene aperta la lontananza, difendendo la profondità. La lontananza è un mondo sempre "nuovo", uno spazio in movimento che appare vicino ma si perde nella mente, su una striscia di terra tra le acque predatrici, quiete chissà ancora per quanto. Corpi che avanzano quasi immateriali, senza spessore né pesantezza, disposti su materiali fotosensibile, quella stessa striscia di terra libera, che insiste a resistere, piuttosto che consistere nel resistere.

Si è quasi imbarazzati nel doverne scrivere ancora, solo perché non si vorrebbe mai rovinare l'emozione nel perdersi (inevitabile) in questo film, che è una vera e propria esperienza di visioni terribilmente espanse, quasi nude. Si tratta di un’opera che affresca un ritratto padre-figlia come pochi se ne sono visti negli ultimi anni, in modo così sincero e commovente che può risultare anche devastante, ed è solo la partenza di tutto, l'inizio del percorso in cui ogni spettatore dovrà iniziare un suo personalissimo viaggio.

Beasts of the Southern Wild è magia pura e distillata, che crea un mondo tutto suo, ma ha il cuore pulsante della vita. Film impossibile, semplicemente straordinario.


Erik Negro