65° Festival de Cannes

No - Pablo LarraínPablo Larraín sbarca per la seconda volta a Cannes, cinque anni dopo. Peccato non abbiano avuto il coraggio di metterlo in concorso, ma la vetrina della Quinzaine di quest'anno (Ruiz e Gondry su tutti) è comunque straordinaria, e il premio che ha vinto è ancora più meritato.

Tony Manero, Post Mortem, e ora No. Si conclude la trilogia che il grande cineasta cileno ha dedicato al passato buio e terribile della sua nazione, ma questa volta c’è una grande novità: non si tratta più di un film grottesco, algido e terrificante. Se Post Mortem era l’estremizzazione radicale di Tony Manero, No è la negazione dei suoi capitoli precedenti. Il perché è a suo modo storicamente semplice quanto dialetticamente complesso: se la storia di Tony Manero era ambientata in piena dittatura, e Post Mortem ne narrava le “origini”, No racconta la sua fine. Una fine vittoriosa e carica di speranza.

Nel 1988, il Cile fu chiamato a votare per un particolare e decisivo referendum. Chi lo volle? Augusto Pinochet, per riconfermarsi nuovamente capo dello stato. Un pubblicitario viene ingaggiato per creare la campagna per il NO. Costui, a differenza della “committenza”, è deciso, in un modo tutto suo, a sconfiggere la campagna di Pinochet semplicemente mandando un messaggio di speranza per un futuro migliore. Una campagna talmente originale da funzionare e far cadere seriamente il dittatore cileno subentrato con il golpe ad Allende.

Gael García Bernal interpreta René Saavedra, colui che deve mettere d’accordo diversi partiti ed architettare la rischiosa quanto efficace campagna pubblicitaria contro il SI di Pinochet, mentre Alfredo Castro (per la terza volta di fila con il regista) interpreta il suo capo Lucho Guzmán, il quale invece è schierato dalla parte opposta. Larraín ha descritto e destrutturato questa vicenda come quella di Davide e Golia: i contrari alla dittatura e alla violenza, spesso gente umile che ha vissuto sulla propria pelle torture, esilio e quant’altro, e tutti quelli che, dopotutto, si sentivano bene sotto Pinochet e lo sostenevano. Quasi un gioco, tutto in 15 minuti: questo il tempo che i due “partiti” avranno al giorno, per un totale di 27 giorni, per poter mostrare in tv la propria campagna. René non vuole che si mostri l’orrore della dittatura, ma, attraverso la rielaborazione dell’immaginario più recente del mondo pubblicitario, applicarlo ad una campagna politica. Bisogna puntare quindi sulla speranza, sulla felicità, su un messaggio che passi attraverso un’estetica “cool”, da spot della Coca-Cola. Il NO vinse con il 54% dei voti, contro tutti i sondaggi e tutte le previsioni.

L’idea geniale di Larraín è quella di girare il film in 4/3 con l’U-matic, proprio come si faceva con la tv degli anni 80. Le immagini di fiction, quasi triplicate nei colori, si fondono così perfettamente a quelle degli spot televisivi dell’epoca. Il regista è uno dei pochi che pare aver capito che il repertorio, inserito in un lungometraggio di finzione - anche se basato su una storia vera - è molto pericoloso e difficile da integrare. Così facendo non solo abbatte il problema, ma regala una magistrale e sperimentale lezione di regia cinematografica. E se No è una grande lezione di regia, lo è anche di costruzione del suo personaggio principale, che avrebbe potuto essere fagocitato dalla passione politica del regista e messo semplicemente in funzione del discorso sulla campagna pubblicitaria. Invece di René ci si affeziona seriamente, anche se non viene mai calcata la mano sulla sua storia. E' una persona straordinariamente geniale e confusa, perfettamente coerente con il film che si trova ad interpretare.

No riesce a mescolare storia, politica, mondo della pubblicità con l'amore verso i suoi personaggi,trasportando lo spettatore in un vortice di sensazioni che non lasciano più via di scampo. Ciò che René intendeva è sotto gli occhi di tutti: la situazione del Cile, che stava per certi versi “bene” così come stava, doveva essere cambiata per forza, perché molti si erano ormai abituati a vivere nella cultura dell’orrore e della morte (che si manifesta nel film attraverso botte, minacce inquietanti e quant’altro). Da segnalare i semplici e bellissimi titoli di testa e di coda, formati da pagine girate a mano una alla volta. Questa volta il Cile, anche in un cinema del ristrutturarsi come quello di Larraìn, gira veramente pagina.

Il finale con Renè che in una Santiago ormai semi deserta vaga con un sorriso malinconico sul viso, (rac)chiude tutto. Infatti, allo stesso tempo, quel sorriso accennato chiude un ciclo di film straordinari del regista cileno basati su quello che la storia non è riuscita ad esprimere appieno, una redenzione (di se stessi raccontando il proprio paese) che lo rende in qualche modo libero di iniziare anch'esso una nuova pagina. Splendido.


Erik Negro