7 giorni all'Havana - Regia collettiva (Anteprima)7 giorni, 7 registi, 7 Havana (anche Club, come il più noto e diffuso rum che è invecchiato proprio per lo stesso numero di anni, 7 appunto).

L’Avana è una di quelle città che socialmente hanno una doppia personalità: esiste L’Avana dell’immaginario, di chi non l’hai visitata e dunque la architetta nella mente secondo alcuni distinti luoghi comuni (in parte realistici, in parte dovuti alla distorsione della perversa e disattenta fantasia turistica) ed esiste L’Avana di chi l’ha vista, a quattr’occhi, guardando il Malecon in faccia o ruotando su sé stesso nel mitico Hotel Nacional come nella desolazione della Plaza de la Rivolucion.

Ne L’Avana della pellicola c'è l'atmosfera, ci sono le cromie pastellate e decadenti, c’è un senso di calore, tutto questo però più secondo l’immaginario architettato nella mente di chi non l’hai mai vista davvero. L'Avana, quella vera, è fatta di legno nero, brilla di luce sempre dorata e si sgretola fascinosamente intorno allo spirito fatalista e sorridente esclusivamente e unicamente habanero (che non riguarda le tette delle fanciulle o il travestitismo, per esempio).

L’Avana è capace di lasciare e imporre addosso diverse sensazioni, dalla sensazione costante di precarietà omnia, alla paura dell’essere oggetto di attenzione perché bianca e occidentale, al sudore colloso e impagabilmente irripetibile che anche l’ombra ti impone: se c’è una cosa che L’Avana di certo non ti lascia addosso, mai, è la noia. Il film si dilata in una noia che a L'Avana non si avverte in nessun istante della giornata, della nottata, della vita.

Il film è realisticamente habanero in alcune citazione della quotidianità: l’essere un vivaio per il cinema e incontrare persone di ogni estrazione o età nei cui cromosomi scorre in qualche maniera la 7ma arte. In questo l’episodio con protagonista Kusturika rende il film metacinematografico: lui vede la locandina del suo film all’interno di un racconto in cui interpreta sé stesso, in un festival di cinema che lo vede celebrato per un suo film. Kusturika è sempre una grande maschera sofferente, gonfia di alcool, che lusinga il pp e si sporca di Cuba: va ammesso che un certo nomadismo, un certo continuo sonoro, una certa costante festosità decadente, un certo senso dell’improvvisazione sembrano assonnare con felini neri e bianchi di kusturikana memoria.

Il film è realisticamente habanero nella continuità del rumore: a L’Avana c’è sempre un televisore acceso, c’è sempre gente che chiacchiera dentro e fuori le case come per strada o tra la casa e la strada e c’è musica, c’è sempre musica.

Per il resto, 7 Days in Havana si cristallizza un po’ nel mito della cartolina, senza farti incollare addosso (come il sudore) la sensazione del suo caldo e senza acciecarti davvero di quella luce tra il platino e la malinconia di cui si illumina perenne.

Si distingue davvero dagli altri episodi quello firmato da Elia Suleiman, in cui la regia è architettura: controcampi specchiati e corridoi come fughe. La sceneggiatura è ironia, sarcasmo, critica e silenzio: lo spelling stesso del nome di Elia Suleiman vale la stesura, per esplicitazioni di lettere che vogliono la i = indipendenza, la u = URSS o la L = Libia.

Semplicemente bello il personaggio stesso di Suleiman che non dice una parola ma parla nel suo essere molto espressivo: metafora sensibile e pungente quella inanellata tra le sue emozioni personali e la tv che passa un discorso di Castro.

L’Avana è un personaggio che si recita da sè, basta che un occhio, umano o artificiale, la guardi e/o la restituisca: alla pellicola si riconosce di mostrare bene la città nella sua estetica autonoma nel comunicare senza bisogno di recitare o essere diretta né da uno né da sette registi.


Nicole Bianchi