La nostra Gaia Genovese ha incontrato Zuleika Fusco. Ne è uscita una lunga conversazione che riportiamo in due puntate. Ieri vi abbiamo lasciato senza un punto. Eccovi il finale.

Paper Street intervista Zuleika Fusco - Seconda parteNel tuo libro per uscire dalla crisi consigli all’uomo la via socratica del conosci te stesso però aggiungi che la via della conoscenza deve essere supportata dall’amore nutrito verso il proprio io. Guardandosi dentro che cosa l’uomo potrebbe scorgere che non ha mai visto?


La sfera delle sue emozioni che, pur avendola già vista, è abituato per cultura a non esprimere perché le emozioni sono diventate nei secoli una parte di equazione che fa emozioni = vulnerabilità. Bisognerebbe tutti quanti imparare che le vulnerabilità, cioè la nostra parte bambina, non sono un errore e non sono una cosa che ci svilisce, bensì sono la nostra batteria. E’ quella parte senza la quale noi non avremo entusiasmo nei confronti della vita, non avremo curiosità: il bambino chiede mille perché e non si ferma mai. L’uomo dei nostri giorni è figlio di una cultura che gli ha insegnato che esprimere le emozioni è molto poco virile. Poi c’è un altro eccesso costituito dall’uomo della new age. Questa grandissima corrente mondiale ha rivalutato il ruolo dell’interiore con grande merito, però ha portando le persone ad una sorta di buonismo per cui durante le esperienze di questi seminari l’uomo ha ricominciato a ricontattare se stesso, per esempio consentendosi di piangere, ma non si è dato la chiave per accudirsi: ha rotto gli argini. Ad oggi, utilizzando una schematizzazione, abbiamo due tipi di uomo: la persona che, identificata con il suo ruolo patriarcale, poco si concede di esprimere le emozioni perché altrimenti viene anche deriso dai suoi pari e, dall’altra parte, l’uomo ch,e volendo fare un percorso interiore, eccede nel suo aspetto femminile e dimentica un paradigma importante per accedere all’uomo selvatico. L’uomo selvatico è il nostro sé naturale, quell’aspetto di noi che rivaluta il proprio istinto e che vive a contatto con i tempi, con la natura ed i suoi segreti.

Proprio a proposito dell’uomo selvatico nel libro sembra proprio di riscoprire il senso dell’originalità inteso anche come stato brado, interno alla natura in cui preminente diviene il fattore “istinto”. Secondo te in una società come la nostra l’istinto come potrebbe guidare l’uomo e la donna? Che ruoli si configurerebbero?

Secondo me più che l’istinto è importante ricontattare una forma di naturalezza che noi abbiamo perso. L’uomo a contatto con la natura è un uomo che conosce i tempi, che impara che c’è un tempo per ogni cosa, che conosce i cicli, per cui non ignora che dopo il buio ci sarà per forza la luce perché è inevitabile. Inoltre trovo importante riscoprire una sana aggressività. Noi ci siamo scordati cosa voglia dire aggressività e spesso la confondiamo con manifestazione di violenza. Invece aggressività deriva da ad- gradum, salire uno scalino, fare un passo avanti. L’aggressività è quella energia vitale che è fondamentale per mordere la vita. Quindi l’aggressività la si deve intendere come un regalo del mio istinto, un attaccamento alla vita; basta ricordarsi che innanzitutto l’aggressività è istinto di conservazione.

Se ipotizziamo un ritorno allo stato di natura a cui si giunge attraverso la riscoperta dell’originalità latente e la successiva accettazione di se stessi, non si rischia di imbattersi in uno scenario dove non c’è posto per l’autocritica, o in altre parole non c’è spazio per un progetto di costruzione fuori dai limiti intrinsechi all’io?

Accettare se stessi non significa rassegnarsi a ciò che si è, semmai “non diventare altro da ciò che si è”, pur sempre crescendo. Noi non abbiamo bisogno di lavorare sull’autocritica perché dentro di noi esiste un aspetto nominato critico interiore, un altro dei personaggi che popolano il condominio. Il critico interiore è colui che, se ci si sintonizza un attimo con se stessi, si sente immediatamente e non fa altro che rimproverarci con una severità estrema. E’ una sorta di genitore apprensivo che ci vuole evitare le brutte figure. E’ un optional di serie ed, in quanto tale, tutti lo abbiamo. Il lavoro consiste nell’imparare a trasformarlo in un grande alleato: la capacità di posizionarci su un volume adeguato per cui l’autocritica non diventa frustrante ma è una possibilità di scorgere quali punti posso migliorare. In conclusione non c’è un atteggiamento rassegnato nel libro, ci si pone nella prospettiva di partire da sé, senza sentirsi sbagliati al fine di integrare delle cose che per esperienze di vita sono state messe da parte giudicandole ma che si rivelano importanti perché custodiscono delle risorse. Secondo me non è etico prospettare il cambiamento. La Media-Comunic-Azione parla di trasformazione perché la trasformazione, anche in senso chimico, è un passaggio di stato. L’acqua può diventare ghiaccio o gas ma accettare di essere acqua è fondamentale per arrivare poi dove si vuole. L’evoluzione consiste nel realizzare sè senza farsi condizionare dalle sovrastrutture personali e sociali.

Se definiamo la attuale situazione relazionale uomo/donna come una guerra fredda, quali possono essere i futuri assetti?

Ci farebbe bene un’alleanza
. Sarebbe bello avere una totale condivisione di ciò che è la nostra esperienza all’esterno per riportarla nella coppia. Io amo tantissimo un quadro di Chagall che rende perfettamente il concetto che ho appena detto: Lui è con i piedi larghi ben piantati a terra, ha un uccellino di fianco e tiene la donna con una mano che si libra nel cielo. E’ un quadro geniale perché costituisce la perfetta rappresentazione del ruolo maschile e femminile, ossia un buon maschile, ben piantato a terra con della sane radici fa volare il femminile. Anche rispetto alle donne, quando il maschile è pratico e ben radicato la creatività, le emozioni volano alte. In realtà è la stessa rappresentazione della croce che, fuori dalla matrice cristiana, è la perfetta integrazione di un piano verticale (maschile) ed un piano orizzontale (femminile) e, sovrapponendo la croce alla figura dell’uomo, si scopre che il punto di intersezione è il cuore, il motore di tutto.

Nel libro si legge che fin dalla tenera età noi accettiamo una parte di noi e rifiutiamo alcuni aspetti che però non cessano di esistere e vanno a comporre un’ombra formata da tanti sé rinnegati. Spesso si sente parlare con riguardo alla società di una malattia che la infetta: secondo te quanto influisce in questa sorta di virus la soppressione, la frustrazione di una parte di noi per mancato accoglimento?

Influiscono tantissimo. L’ombra è quegli aspetti che non abbiamo voluto leggere perché piccolissimi, per esigenze di vita, per dover soddisfare i nostri bisogni abbiamo istintivamente scelto di essere in un modo e rinnegato il suo opposto. Tutto quello che si rinnega se non ci confrontiamo con esso nel tempo si manifesta in forme poco piacevoli che vanno da piccoli messaggi a messaggi sempre più forti, soprattutto nelle relazioni familiari, di amicizia, intime. Quando non accettiamo un aspetto della nostra personalità la cosa interessante è che la vita ce lo mette continuamente davanti fino a quando non la affrontiamo.

Riguardo all’Enneagramma, come in generale per tutte le schematizzazioni, non è difficile, per non dire impossibile, razionalizzare la persona, farla rientrare in dei prototipi senza rischiare di annientare le sue sfaccettature?

Non si elimina nessuna sfaccettatura perché l’Enneagramma, strumento antichissimo, lavora su nove archetipi di personalità ma è una struttura dinamica tanto che ogni tipo è collegato a tutti gli altri. L’Enneagramma ci dice che abbiamo una matrice ma poi abbiamo mille sfaccettature che sono i punti di contatto con gli altri aspetti e ci indica il modo per fare un percorso evolutivo. Il lavoro è proprio andare ad integrare gli aspetti degli altri tipi. Se non ci si riconosce in nessuno dei nove archetipi vuol dire che abbiamo delle resistenze a guardarci.

La morale doppia (per la quale ciò che viene stimato in un uomo, si reputa deprecabile in una donna) come mai non la si riesce a scardinare?

Noi donne ci sopravvalutiamo, pensiamo di aver fatto molto con il femminismo, oggettivamente c’è una situazione diversa della donna almeno da un punto di vista pratico ma non molto è cambiato se spingiamo l’indagine all’emisfero interiore. Lì l’impronta della cultura patriarcale è ancora fortissima e ci vorranno generazioni per superarla. E’ sopravvissuto un patriarca interiore che è estremamente radicato. Ci vorranno molti anni per poter veramente accettare una morale condivisa. La società cambia quando a mutare è il livello personale di coscienza: se io penso al mio metro quadrato e lo curo, chi vive accanto a me ha un esempio e vede quanto può essere piacevole quel modo di vivere. Secondo me l’unico modo ad oggi per fare una vera rivoluzione è partire da sé, iniziare a cambiare a livello profondo.

Parliamo delle sovrastrutture: dove hanno le radici? Quanto sono radicate? Condizionano il dialogo con se stessi?

Persona in latino significa maschera, per cui noi siamo tutta una sovrastruttura che cela un’essenza. Si deve fare una differenza tra falsa personalità e vera personalità: la sovrastruttura mi è indispensabile perché non sopravvivo senza. Bisogna scegliere quale maschera indossare con consapevolezza, una maschera evoluta. Le radici delle sovrastrutture sono ovunque, sono un fatto culturale. Dall’originaria ferita che ci viene inflitta dal mondo in cui viviamo noi attiviamo delle strategie che sono tutte sovrastrutture. Il punto non sta nel negarle perché ci hanno fatto arrivare vivi dove siamo, la differenza sta nel riconoscerle.

Concludendo il messaggio che suggerisce la lettura è “rompi gli schemi” e “se ti sei dato del limiti abbattili”…

Per me questo è lo scopo della vita. Ed il viaggio dentro di noi è il viaggio più incredibile che possiamo fare!


Gaia Genovese