Cosmopolis - David Cronenberg (Anteprima)David Cronenberg torna al Festival di Cannes, e nello stesso giorno, oggi, nelle sale di tutto il mondo, con Cosmopolis, trasposizione dell’omonimo romanzo di Don DeLillo. Robert Pattinson interpreta il giovane magnate di Wall Street Eric Packer, che una mattina entra nella sua limousine per attraversare la città e andare dal barbiere. Incurante del traffico paralizzato si imbarca in un viaggio allucinante attraverso una metropoli che pare collassare su di lui, incontrando una galleria di personaggi singolari che vanno a bussare alla sua “porta”, mentre perde una scommessa folle che cancella il suo patrimonio in borsa e attende che si compia un’oscura minaccia alla sua sopravvivenza.

«Uno spettro si aggira per l’Europa». Sono le celebri parole che aprono il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx, e che echeggiano fuori dalla limo di Packer, che come lo spettro del capitalismo si aggira per una New York in preda a deliranti cortei funebri e sabba in morte del mercato globale. Attraverso il suo lento viaggio (catabasi, discesa agli inferi) incontriamo personaggi che lo visitano, stazioni, episodi che attraverso le parole di dialoghi sempre straniati, irrealistici e troppo perfetti per il cinema, ci mettono di fronte alla dissoluzione metafisica di ogni certezza, ogni verità, alla riduzione del cosmo in caos. È l’apocalisse quella che si raccoglie tra un abitacolo insonorizzato (“proustato” scriveva DeLillo evocando la stanza ricoperta di sughero in cui Proust scrisse la Recherche) e una città paralizzata e crudele oppure sorgerà un altro giorno per Packer e i suoi simili, corpi continuamente accasciati e rigenerati dalle tossine che essi stessi creano? L’ambiguità non è sciolta, mai.

Cronenberg ha preso il romanzo di DeLillo (autore immenso, uno dei massimi contemporanei) del 2003 e ne ha ricopiato tutti i dialoghi, “riempiendo” poi i vuoti nella sceneggiatura, tagliando qualche scena ma portando a un nuovo, arrischiatissimo, ambizioso livello il concetto di “trasposizione cinematografica”. La difficoltà dell’operazione è estrema, Cosmopolis è testo arduo, incentrato su un’idea poco cinematografica, 24 ore di vita di un uomo recluso nella sua limousine, con debiti verso un arciromanzo tentacolare e immenso come l’Ulisse di Joyce, in cui il senso risiede in dialoghi complessi, irrealistici, densissimi di tematiche, suggestioni, riflessioni che dopo un decennio hanno assunto la forma di una devastante profezia di morte. È qui che sta la forza propulsiva e insieme la più grande debolezza del film, la sua densità, la difficoltà che lo spettatore ha di fronte a un’opera che va letta, e quindi richiede un investimento in termine di attenzione incommensurabile rispetto ai canoni a cui è abituato.

La sensazione, grazie ad una regia perfettamente astratta, che gioca con sapienza con il montaggio sonoro e la profondità di campo per continuamente tirare il mondo dentro e fuori dall’asettico dispositivo scenografico della limousine; all’interpretazione di un Pattinson sorprendentemente in grado di calarsi in panni oltremodo scomodi; alla sconvolgente attualità dei temi che emergono, è che l’investimento paghi, e Cosmopolis sia film a cui val la pena di concedere attenzioni straordinarie.


Giacomo Lamborizio