Roman Polanski: a Film Memoir (Anteprima)"ti ricordi Parigi"?
"vagamente..."

La memori di Polanski è un racconto circolare intorno all’infanzia: la sua, iniziata a Parigi e cresciuta nei pressi dei campi di sterminio della Polonia e quella dei suoi bambini, che hanno sofferto parte della stessa avendo il proprio papà a domicilio forzato nella neutrale Gstaad (Svizzera).

La memoir di Polanski è un racconto circolare intorno alla paternità, quella guardata con gli occhi di figlio e quella vissuta nel ruolo di padre: Polanski nel film ammette di essere sempre stato tra gli ultimi a proposito di merito scolastico, eppure una frase racconta molto della sua visione dell’icona paterna, confermando anche come il talento sia qualcosa che abbia spesso poco a che fare con la disciplina scolastica tradizionale: "avevo imparato l'alfabeto dalla macchina da scrivere di papà'".

Nel racconto del regista – Laurent Bouzereau - c'è una pace visiva e narrativa tipica del documentario tradizionale, nulla di pindarico: viso, domande, risposte, paesaggio, racconto, inserti di repertorio mediatico e frammenti di film – come Il pianista (2002) nella scena del barattolo di cetrioli, sul racconto off di Polanski che ricorda la sua mamma a Varsavia, quando cercava di sfamare la famiglia trafugandone da una fabbrica di sottaceti bombardata -eppure, è questa lineare grammatica tecnica e d’intreccio ad esaltare la disarmante dolcezza di quel volto che conosciamo (e nel documentario scopriamo con dettaglio) avere un vissuto distante e contraddittorio dal senso di linearità. Polanski stesso, a un certo punto, dice: "ci sono vite che vanno solo dritte". (Da non includere, di certo, la sua).

"La mia carriera è iniziata con i boy scout...le scenette davanti al fuoco...ero la star!": Polanski inizia a 13 anni il suo rendez-vous con lo spettacolo, per caso con la radio e il teatro ragazzi. Poi rifiutato da tre scuole di recitazione, principalmente perché non di stirpe sociale gradita al regime comunista, fino a che Wajda, al suo debutto da regista, lo volle come interprete: l'aveva visto recitare da ragazzino quando lui, più adulto, era solo uno studente di cinema. Fu questo momento a suggerire a Roman Polanski di fare cinema.

Dai campi di concentramento alla liberazione sessuale al passato recente – 2009 – in cui ha avuto l’obbligo di domiciliari in Svizzera, fino a qui, a Cannes 2012, dove il “Fuori Concorso”, in rapporto a questo film, diviene più che mai soltanto una categoria: questa la sintesi della sua biografia. Dalla Polonia a Hollywood fino all’imperativa immobilità nella terra della croce bianca su fondo rosso - quasi a metafora la croce, il bianco, il rosso - e poi… l’azzurro di questa Coté su cui Polanski si è affacciato sul mondo per raccontarsi.

Guardando questo documentario si ha la sensazione che, nonostante tutto, davvero in certe vite ci sia un karma che sempre salvi, sempre protegga: il non aver finito in tempo una sceneggiatura, cosa che lo costrinse a non essere a casa con Sharon Tate – la sua seconda moglie, incinta - a Sierra Drive, dove lei e altre tre persone furono assassinate da Manson per una sfortunata concomitanza di luogo, non si può che leggere come dramma eppure come ennesima occasione di vivere concessa a Polanski.

Probabilmente banale pensarlo, figuriamoci scriverlo, eppure inevitabile da constatare: la grandezza di un essere umano può davvero essere determinata non dal possesso di una grande storia fantastica ma di essere lui stesso la sua grande storia, spunto per la messa in scena di altre storie (universali): la fantasia può essere sconfinata ma la realtà la supera, sempre. Quella di Polanski è una "banale" storia di ebrei, una "banale" storia di chi vuol fare cinema, una universale attualità di esercizi di potere, di sogni che vivono ancora oggi nelle speranze dei ragazzi per cui il cinema è quel sogno che, se un giorno sarà realizzato, diventerà la realtà più eccezionale possibile nonostante, citando Polanski, si sia costretti, di tanto in tanto, a fare affermazioni come: "Repulsione (1965) è stata una specie di marchetta...per andare avanti...".

Roman Polanski: A Film Memoir è un racconto in prima persona e nessuna voce, nessuna perfetta ricostruzione biografica finzionale, sarebbe più incisiva delle sue parole stesse per restituire il senso del racconto di sé: "...ho vissuto tragedie ma ho anche avuto momenti che mi hanno ripagato di tutto ciò...come sai, sono un'ottimista".


Nicole Bianchi