E' morta Donna SummerChi le è rimasto vicino fino all’ultima ora, racconta che LaDonna Andre Gaines, in arte Donna Summer, era più preoccupata dell’incisione del suo nuovo disco che di quel terribile male che la stava divorando da due anni. La “black queen” della disco music se ne è andata a 63 anni, quasi in sordina in una clinica della Florida, dove era in cura per un tumore. La sua è stata una vita formidabile, che le ha dato un’enorme popolarità, a partire dagli anni Settanta quando, il fenomeno dei disco club dove si ballava la “dance” senza sosta fino al mattino, consacrò nelle stelle delle stelle Donna Summer dandole fama e successo mondiale e incoronandola l’unica vera regina.

Da sempre le sue canzoni sono state la colonna sonora di ogni momento di festa per chi è nato e cresciuto nei Settanta. Bastava far girare sul piatto un suo disco ed era subito festa. Come una reazione ipnotica, quella musica ritmata, ipnotizzava, era la molla che ti buttava in pista, privandoti dei freni inibitori e nasconendo ogni timidezza. Donna Summer era figlia di un’epoca unica, gli anni Settanta che i puristi della musica credono l’età peggiore dal punto di vista creativo: dopo i Sessanta con gente come i Beatles, i Rolling Stones, i Pink Floyd, il decennio successivo apparve caotico e disordinato, tra crescente musica punk, psichedelia e dance commerciale.

I Settanta erano, purtroppo, anni molto difficili, soffocanti, di terrorismo domestico e internazionale. Erano anni di diseguglianze sociali ed economiche che sfornavano poveri, gli anni della guerra del Vietnam, dello sfascio di molti settori industriali, del riflusso della contestazione, della crisi petrolifera. Per molti le discoteche divennero il nuovo ventre caldo e sicuro dove rifugiarsi per qualche ora, la porta sul retro da cui fuggire ai pensieri. Calcare la pista della disco divenne l’occasione per essere qualcuno e riscattarsi da tutti i torti subiti, come raccontò la pellicola più celebre del momento, “La febbre del sabato sera” che fotografò quell’epoca: John Travolta nella parte di un ragazzotto italoamericano, anonimo commesso di un colorificio, che il fine settimana diventava il più grande ballerino di disco music. Comunicava attraverso un nuovo linguaggio, quello sensuale del corpo, dal battito cardiaco al ritmo martellante del deejay, una danza liberatoria e collettiva.

La musica di Donna Summer, prima di diventare come il rock’n’roll negli anni Sessanta fenomeno di costume e culturale, rappresentò il puro disimpegno, la pura superficialità, facendo storcere il naso ai critici: canzoni con poche liriche, nessuna allusione politica, se non al sesso, solo uno scacciapensieri da consumare spesso tra facili droghe e facile sesso, una via di fuga, prima del lunedì di lavoro.

Un fenomeno quello della disco music che si massificò nella società, ottenne un successo commerciale a livello globale, fece nascere le prime radio libere in Italia, ma che spesso finì per nascondere le pregevoli doti e il talento di Donna Summer. La colonna sonora de “La febbre del sabato sera”, scandalosamente si dimenticò delle sue canzoni, preferendole i fratelli Gibbs. Ma l’unica vera sirena dei tempi era lei, Donna Summer con il suo canto ammaliante e d'amore del suo più grande successo, “I Feel Love”, musicato e prodotto dall’italiano Giorgio Moroder, con il quale ebbe un prolifico sodalizio artistico. In quel brano c’è tutta l’essenza perfetta di un attimo bruciato tra amore e sesso, un lungo orgasmo melodico che invitava ad abbandonarsi al piacere, ad assaporare la vita per quello che è.

Donna Summer nella sua lunga carriera ha pubblicato 23 album, ha vinto 5 Grammy Awards, piazzando sulla vetta delle classifche mondiali decine di single, come “Last Dance”, “Hot Stuff”, “Bad Girls”, “She Works Hard for the Money” e “This Time I Know It's for Real”, tra i tanti successi che cristalizzaono un’epoca e ispirarono la musica pop che sarebbe nata negli anni Ottanta.


Roberto Pellegrino