Boccalone - Enrico PalandriSiamo a Bologna nella primavera del 1977, nei mesi della rivolta creativa, dei carri armati inviati a presidiare la cittadella universitaria. Enrico è un ventunenne veneziano insediatosi nel capoluogo emiliano per ragioni di studio. Ma soprattutto Enrico è il superstite, ancora innamorato, della storia con Anna.

Il protagonista, io narrante, si pone fin dalle prime pagine come l’amico bisognoso di “vuotare il sacco”, di sfogarsi di tutti quei pensieri che affollano il suo cranio, suscitando la compassione affranta del lettore, il quale ne diviene fin dalle prime pagine confidente, partecipado emotivamente.

Facile scorgere il parallelismo tra il romanzo di Palandri ed il film “Io e Annie” di Woody Allen: in entrambi i protagonisti, dopo la rottura con le rispettive donne, si ritrovano a ragionare sui cocci del loro rapporto, cercando di capire dov’è che si è aperta la crepa.

Il percorso che i pensieri compiono è una strada a ritroso, dove alle vicende narrate si frappongono sovente pause ragionate, riflessioni, congetture che immobilizzano la trama. Perché “Boccalone” si presenta anche come una raccolta di fotogrammi, di istantaneee che catturano quella Bologna collettivizzata dall’egemonia culturale della fine degli anni di piombo. Lo stesso terrazzo sull’umanità dal quale si affaccia Tondelli in Altri Libertini.

Ma, a differenza del romanzo tondelliano da molti considerato anche uno scritto politico nella misura in cui descrive gli emarginati della società, colori per i quali la politica (contemporanea all’uscita del libro) nutre una malcelata indfferenza; in Boccalone, nonostante la partecipazione attiva del protagonista alla vita partitica, ci si discosta dalla definizione di romanzo politico, secondo la dicotomia, tanto cara alla letteratura , tra impegno politico e sentimentale (in questo caso l’aspetto politico è senza dubbio secondario).

Enrico lo possiamo avvicinare al giovane Holden di Salinger nel suo compiere un viaggio introspettivo prima che fisico, nel suo scavare la paranoia invece che scavalcarla, nel suo essere anti-eroe che non si rassegna alla propria condizione e desidera perciò continuamente cambiare registro.

Boccalone è un libro che scorre come un brusio leggero, un racconto che non riguarda nessuno ed allo stesso tempo parla di tutti, così come sono le giornate di Enrico “piene di confusione e di persone”. Palandri conferisce ritmo al suo romanzo attraverso un linguaggio informale, cucito sulla bocca dei personaggi: lo slang viene accompagnato ad una prosa che sovverte le regole dell’ortografia e della punteggiatura, le maiuscole sono annientate da un gioco di pensieri che non ammette interruzioni nel suo procedere accellerato, i costrutti sintattici recitano movimenti e dubbi, i capitoli sono spostamenti di angolazione che talvolta lasciano spazio al testo di una canzone di Bob Dylan.

Boccalone è la storia di tutti coloro che hanno perso il segmento più tronfio di ingenuità, è il sorriso amaro della prima delusione, è il manifesto delle tappe di una crescita. E’ un libro che parla d’amore con l’onestà con cui ci si confida con se stessi.


Gaia Genovese