Mille splendidi soli - Khaled Hosseini
Il romanzo “Mille splendidi soli” è stato scritto da Khaled Hosseini,nato a Kabul nel 1965,già autore di “Il cacciatore di aquiloni”, diventato uno straordinario caso editoriale.
Il libro è un meraviglioso intreccio di due storie di donne: Mariam e Laila. Mariam vive vicino ad Herat, in una specie di capanna con la madre Nana. Non può avvicinarsi alla città perché è una “bastarda”,nata da una relazione tra il suo ricco padre Jail e Nana, una della sue serve. Jail,per non rovinarsi la sua reputazione, non può permettersi di farla vivere nella sua casa di Herat insieme alle sue mogli e ai suoi figli. Si limita ad andarla a trovare una volta alla settimana. Mariam, nonostante tutto, nonostante gli avvertimenti della madre, lo adora e decide un giorno di raggiungere Herat per andare da lui. La madre, consapevole di ciò che sarebbe le accaduto, in seguito a questo gesto si suicida. Jail si vede costretto ad accettarla nella sua casa,ma non per molto. Decide infatti di darla in sposa ad un suo amico, Rashid.
Rashid e Mariam si sposano senza essersi mai conosciuti, lei si trasferisce nella sua casa a Kabul e comincia il suo calvario. Diventa proprietà di Rashid, le viene intimato di mettersi il burka e di non uscire se non accompagnata da lui. L’unica cosa che conta per Rashid è che Mariam posa dargli un erede maschio. Ma questo non accade perché, dopo sette aborti naturali, Mariam non riesce più ad avere un figlio. Questo causerà la sua rovina: Rashid glielo rinfaccerà per tutta la vita, non solo a parole, ma picchiandola, frustandola, insultandola ogni volta che lei alza lo sguardo.
Laila nasce a Kabul, la notte della rivoluzione del 1978. I suoi due fratelli, dopo essersi arruolati nella jihad, muoiono quando lei ha solo due anni. La guerra sarà una costante nella sua vita, segnandola fin nella prima infanzia. L’unica speranza che permette ancora a Laila di sognare e sorridere è Tariq, il vicino di casa, la cui amicizia si trasformerà in amore profondo. Un amore vissuto di nascosto, tra i vicoli bombardati di Kabul, che culminerà con una notte d’amore della quale Laila porterà nel grembo il frutto.
Il futuro sembra quindi ridente per i due ragazzi, ma la guerra cancella le loro speranze costringendo le famiglie di Laila e di Tariq a trasferirsi. Proprio nel giorno della partenza la casa di Laila viene travolta da una bomba e lei rimane orfana di padre e madre.
La ragazzina vene soccorsa da Mariam, che la accoglie nella sua casa. Rashid, colpito dalla bellezza di Laila e impossibilitato ad ospitare una donna in casa sua di nascosto, decide di sposarla. Laila è costretta da accettare perché capisce che è l’unico modo per portare avanti la sua gravidanza: farà infatti credere a Rashid che è suo il figlio che sta aspettando. Ma il calvario non tarda ad arrivare neanche per lei: nascerà una bambina, Aziza, e per questo Rashid riserverà a Laila lo stesso trattamento che aveva riservato a Mariam.
Le due donne, all’inizio rivali, impareranno a conoscersi, si sosterranno intimamente per cercare di sopravvivere ad una vita fatta di ricatti, di continue percosse, di violenze, di insulti, di proibizioni.
Il loro legame diventerà indissolubile, forte, fatto di sguardi e di sorrisi silenziosi.
La sopportazione però ha un limite: dopo l’ennesima inspiegabile furia di Rashid contro le due donne Mariam si avventa contro di lui e lo uccide. Viene processata e condannata a morte, fucilata davanti ad una folla impazzita.
Laila rincontra Tariq, che era tornato a Kabul per cercarla. Si sposano e provano nonostante tutto a cercare ancora la felicità.
Khaled Hosseini ha cercato di raccontare uno spaccato della storia dell’Afghanistan attraverso la sofferenza dei protagonisti, causata principalmente dalla trucidità della guerra e dall’assurdità della condizione di cui godono le donne arabe. A queste ultime non è riservata la minima forma di rispetto, dal momento in cui si sposano (giovanissime per altro) diventano proprietà del marito, che può fare di loro ciò che vuole, anche ucciderle, senza doversi preoccupare di essere condannato. Non possono uscire, parlare, sono macchine per procreare figli. E maschi possibilmente.
Tutto ciò è dovuto ad una totale e radicata ignoranza, ad una accecata e fanatica fede nel Corano, che definisce la donna”essere inferiore” e ad un abbrutimento dell’essere umano, massacrato dall’ingiustizia della guerra. Finché questo paese sarà vittima della guerra e delle dittature militari non potranno avvenire cambiamenti: ogni volta che un’idea o una voce tenteranno di affermarsi cadrà un’altra bomba.
Ma c’è chi, pur avendo vissuto tutta la vita all’insegna della totale sopportazione, come Mariam e Laila, non rinuncia a cercare la pace, l’amicizia e l’amore e infonde questi valori ai propri figli, sperando in un futuro migliore. Questo è il più grande segno di coraggio di una donna, di una madre. È proprio da qui che un giorno potrà nascere una vera rivoluzione culturale per l’Afghanistan, come ci vuol far intendere tra le righe l’autore.



