62° Internationale Filmfestspiele Berlin

Just The Wind - Bence FliegaufDopo l'immensa e straordinaria presenza di Béla Tarr lo scorso anno (The Turin Horse), quest'anno viene presentato un altro film ungherese in concorso alla Berlinale, Just the Wind di Bence Fliegauf, sicuramente meno assoluto ma comunque interessante.

Un film esteticamente coinvolgente che racconta, in scala ridotta, un giorno nella vita di una famiglia rom minacciata da una serie di attacchi razzisti. Bence Fliegauf (Womb, 2010) realizza una vetrina per le sue competenze tecniche solide e la sua passione per l'aspetto più problematico e drammatico della vita ungherese, un'intensa esigenza di realismo sociale per un film linguisticamente complesso e di difficile lettura immediata.

Just the Wind si apre con una didascalia che spiega come, tra il 2008 e il 2009, un certo numero di rom ungherese siano stati presi di mira da squadroni della morte che hanno bruciato le loro case e ucciso almeno sei di loro. Il film pone immediatamente i motivi per il suo probabile epilogo, poi salta alle prime ore del mattino di una famiglia che vive in un poverissimo insediamento rurale, isolata. Attraverso l'illuminazione interna (originale la fotografia di Zoltan Lovasi), siamo lentamente introdotti in queste fragili vite; Mari (Katalin Toldi) e i suoi due figli, la studentessa adolescente Anna (Gyongyi Lendvai) e il giovane giocherellone fratello, Rio (Lajos Sarkany), si fanno strada dal letto alla mattinata tranquilla.

La macchina da presa rimane tra loro nel corso della giornata fino al tramonto del sole, che porta una marea di morte imminente; vediamo di sfuggita gli stenti e le piccole gioie di questa famiglia attraverso lavoro, scuola e gioco in una terra dove il popolo rom è essenzialmente sgradito se non razzialmente odiato. Mentre Mari e Anna si mostrano, tramite le fatica per tirare avanti la famiglia, figure di autorità sprezzante, Rio si aggira intorno alla loro comune sgangherata, rubando ai vivi e ai morti e insospettendo due poliziotti (Attila Egyed, Laszlo Cziffer). Tutto questo viene mostrato senza nessuna presa di posizione assoluta. Il finale, con il suo sublime tempo indeterminato, è una sequenza folgorante di speranza e disperazione.

Ci sono elementi dell´Elephant di Gus Van Sant e di Cristi Puiu nel fantastico The Death of Mr. Lazarescu almeno per quando riguarda la struttura di questo film particolare. Fliegauf mescola i retroscena e i presentimenti con l'intensità di una verità documentaristica per creare un'atmosfera che è sempre minacciosa e sorprendentemente realistica. Accreditato anche come direttore artistico e compositore (insieme con Tamas Beke), il regista costruisce un contesto robusto di case improvvisate piene di mobili marci e mucchi di spazzatura, mentre la partitura minimalista utilizza solo pochi accordi per dare al film il suo sottotono ansioso e angosciante.

Tale abilità estetica aiuta a migliorare ed esaltare una trama che si snoda stancamente nella sua sezione centrale, solo per guadagnare slancio verso il finale. Perché piuttosto che a formare un arco narrativo tradizionale, Fliegauf sembra interessato a dipingere, il più vicino e con il maggior realismo possibile, la sottile umanità silenziosa che si trova sotto il pregiudizio e lo squallore. Tutto è cristallizzato, quella giornata potrebbe durare un anno come una vita.

La forza, ma anche la debolezza, di questo comunque notevole film, sta proprio in quella atmosfera di indeterminazione realistica ed estetica, che ne fanno un'opera interessantissima per un festival ma di sicura difficile distribuzione.


Erik Negro